Broken English Club

White Rats II

2019 (L.I.E.S.) | techno industrial, ebm, post-punk

Broken English Club è il moniker usato dal produttore e artista inglese Oliver Ho per esplorare suoni techno-industrial dalla robusta base Ebm con reminiscenze post-punk. Il Nostro è anche fondatore delle label Meta e Death & Leisure, con le quali ha dimostrato nel tempo un'attenzione poliedrica verso vari aspetti della musica techno: dall'acid agli elementi house, sino a quelli più oscuri e di frontiera. Nel suo lavoro troviamo ritmiche serrate, a tratti quasi rituali e tribali, unite a bassline roboanti e taglienti, sottolineate da atmosfere lisergiche e da corrosività industriale. Il tutto unito da un certo gusto tetro dove l'uso a tratti di chitarre ad accordatura bassa e un certo sperimentalismo strutturale donano quei tratti post-punk prima citati.

Dopo diversi lavori per etichette come Cititrax, L.I.E.S e la già nominata Death & Leisure, il musicista ha iniziato una vera e propria trilogia di album per l'etichetta di Ron Morelli, intitolati White Rats. Se il primo episodio del 2018 metteva in gioco loop di chitarre manipolate e vari riferimenti all'elettronica anni 70 più aspra, intervallati con episodi di Ebm mutante, la seconda parte non è meno destabilizzante, grazie ad atmosfere magistrali e soluzioni che rimandano alla prima scuola industrial.
Se l’intro di circa un minuto “Our Savage Hearts” instaura un clima cinematico da colonna sonora horror, dai tratti quasi alla Carpenter, ma in chiave più ostica, la prima vera e propria traccia “Domestic Animals” non risparmia bordate ipnotiche di matrice techno/Ebm intervallate con cesure al limite del power electronics. Una commistione che in mani meno esperte risulterebbe confusionaria e incoerente, ma che invece qui funziona perfettamente grazie alle capacità di Oliver Ho e alla sua visione che va oltre i generi.

Una cosa è chiara: non siamo davanti a una collezione di tracce da club, bensì a un lavoro con una narrazione chiara e costante, dove ogni episodio ha una sua collocazione mirata e qualcosa da dire. Si prenda in esame la strisciante "Grey Windows" con i suoi synth vintage e droni atmosferici, oppure il noise primigenio di "The Chrome Disease", arricchito da campionamenti sapientemente dosati ed evoluzioni emotive dalle scale evocative.
Questo non significa che i ritmi vengono banditi, così come l'aspetto ossessivo e ipnotico della musica elettronica; "The Modern Desire" presenta una versione pachidermica del primo rhythmic noise dei Dive, contornato da vocals militanti e percussioni martellanti con claps che ne fanno cesura. "Vermin" reinterpreta i primi passi della proto-techno anni 80 in chiave acida e "Wildlife" non si vergogna di celebrare le radici old school del genere e soluzioni da pista con suoni che non stonerebbero su label come la Diffuse Reality.

Ancora una volta Oliver Ho sfida le categorizzazioni e le barriere stilistiche e concettuali, creando un diario sonoro dove tutta l'esperienza raccolta negli anni e i diversi generi da lui suonati, prodotti, ascoltati confluiscono in un album postmoderno dove schegge distopiche alla Ballard e tratti abrasivi dal gusto industriale e noise abbracciano contorni acidi e galoppate ritmiche che ci riportano a fine anni 80 e ai primi 90.
Techno come libertà sonora e tematica, espressione personale, ma anche ricerca filologica delle sue radici e laboratorio musicale dove vengono innestati e rielaborati elementi presi da generi attigui e distanti: tale è l'essenza di questo lavoro.

(22/07/2019)



  • Tracklist
  1. Our Savage Hearts
  2. Domestic Animals
  3. Grey Windows
  4. Cold Medicine
  5. The Chrome Disease
  6. Vacant Cars
  7. Exit Divine
  8. The Modern Desire
  9. Vermin
  10. Psychology Of Prisons
  11. Wildlife
  12. Waves In Silver
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