Cesare Basile

Cummeddia

2019 (Urtovox Records) | songwriter, folk

Dopo il fortunato "U fujutu su nesci chi fa?", che si era segnalato per la capacità di parlare con realismo alle nuove e vecchie generazioni delle contraddizioni della società contemporanea, Cesare Basile continua senza sosta il suo percorso nelle fobie del presente, riuscendo a essere davvero un interprete originale e sincero di un popolo (quello siciliano ma non solo) perso nel caos del non-senso, alla ricerca di presunti colpevoli su cui indirizzare la propria rabbia.

La musica e la poesia di Cesare Basile, se ascoltate e “lette” con una certa attenzione, riescono a essere lo spunto per varie riflessioni. Innanzitutto, la più banale è che siamo di fronte a uno dei più importanti e meno celebrati cantautori italiani dei nostri anni, indipendentemente dal fatto di cantare in dialetto catanese. Una seconda riflessione che viene in mente dopo pochi brani è quanto nella musica di Basile sia stretto il legame con la musica tuareg del Nord Africa (Tinariwen o Bombino, solo per citarne i due più noti), ascoltata da anni con entusiasmo come fosse qualcosa di esotico, quando invece Basile sembra dirci che - in particolare per il Sud dell’Europa - il legame con quella cultura è molto più stretto di quanto riusciamo a percepire, certamente più forte della pseudocultura di quella gran parte dell'Occidente schiava delle leggi del mercato. La nostra cultura viene da lì anche se l'abbiamo dimenticato e la tragica attualità non fa altro che confermare questa ipotesi.

Basile, quindi, immagina l’arrivo della “Cummeddia”, in catanese la cometa portatrice di sventura, presagio infausto di tragedie che stravolgono le relazioni tra gli uomini. Da qui nasce l’idea - ancora una volta figlia dell’attualità - di un mondo in cui gli uomini non si capiscono più, incapaci di dialogare tra loro ma solo persuasi di dover prevaricare gli altri con ogni mezzo, preferibilmente facendo soccombere il più debole. Tutto questo mi ricorda il racconto di Thomas Mann “La montagna incantata”, la storia del giovane Hans Castorp ricoverato nel sanatorio svizzero di Davos, dove regna l’armonia e la pace tra i degenti, dove tutti si rispettano e difendono. Ma all'improvviso l’avvento dell’anno tragico (il 1914, anno spartiacque della storia umana, l'inizio della grande guerra) trasforma questa pace in conflitto continuo, dove si litiga per nulla, dove le persone non riescono più a capirsi come se parlassero lingue diverse e incomprensibili. Mann la chiama la “grande ebetudine”, che è la stessa che canta Basile nel brano “Cchi voli riri” (Che vuole dire), descrizione di un sogno dove nessuno capisce più il proprio simile, dove ognuno pensa di avere sempre ragione su ogni argomento, dove la gente comincia a odiarsi fino a uccidersi senza alcun motivo.

Ma tutta la musica di Basile, tra blues scarni, folk apocalittici, atmosfere desertiche e cori femminili richiama le paure vere (non quelle false e demagogiche) del presente, come ad esempio “Mala La Terra”, che ci avvisa del ritorno del nazionalismo primo vero presagio di sventura (“Mala la terra che è patria”). “L’arvulu rossu”, con un ritmo ossessivo di due soli accordi di chitarra, parla della storia degli omosessuali nella Sicilia fascista, esiliati al confine nelle isole Tremiti. Ispirato a una storia vera (raccontata in “La città e l'isola” di Gianfranco Goretti e Tommaso Giratorio), descrive i maltrattamenti e i pestaggi del protagonista da parte della polizia del questore Molina, convinto della patologia degli omosessuali e intento a difendere la “masculanza” del popolo siciliano. Storia straziante, figlia della barbara mentalità fascista, dove chi veniva giudicato immorale doveva essere abbandonato a se stesso lontano dalla “italica virtù” (“Oltre il mare c’è la virtù”, ironizza il protagonista guardando il mare dalla costa).

(31/10/2019)



  • Tracklist
  1. Mala la terra 
  2. L'arvulu rossu
  3. E sugnu talianu 
  4. La curannera 
  5. Setti venniri zuppiddi 
  6. La naca ri l'anniati 
  7. Chiurma limusinanti 
  8. Cummeddia 
  9. Cchi voli riri
  10. Mina lu ventu


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