Deathprod

OCCULTING DISK

2019 (Smalltown Supersound) | drone/noise, dark-ambient

Ho dovuto controllare attentamente poiché io stesso stentavo a crederci: sono trascorsi quindici anni da quel “Morals And Dogma” che avrebbe chiuso idealmente una trilogia di pubblicazioni soliste firmate Helge Sten, alias Deathprod. E d’altronde avrebbe senz’altro potuto rappresentare il degno compimento di un espressionismo dark-ambient dalla solennità perentoria, quasi apocalittica. Il sound artist norvegese – membro stabile dei Supersilent – non è tipo da fare dichiarazioni superflue e infatti, a parte un secondo album collaborativo con Biosphere (“Stator”, 2015), fino a ora non ha avvertito alcuna necessità di perpetuare il moniker.

Non tutti saranno disposti ad ammetterlo, ma sono sempre più convinto che questo momento storico stia richiamando a gran voce la coscienza di tanti musicisti affinché possano darne una loro interpretazione o addirittura immaginare alternative possibili, contrastando l’imbarbarimento e il rovinoso destino cui sembriamo andare incontro a velocità sempre maggiore.
“OCCULTING DISK” non fa alcun riferimento alla realtà presente né ad altre istanze materiali, e anzi si rifugia nel più stoico anti-descrittivismo: ma quel nero, l’oscurità che aveva pervaso (quantomeno in spirito) tutta l’opera precedente è qui annullato nel bianco della copertina, e ciò rende se possibile ancor più netto il suo senso di “occulto”, ossia celato alla vista e alla comprensione.

È un’opera allarmante in ogni senso, a partire dagli otto minuti di “DISAPPEARANCE/ REAPPEARANCE”, letteralmente l’andirivieni di un mono-tono alla quale si alterna regolarmente il silenzio, come una fanfara che si manifesta dal nulla totale e a esso ritorna – un annuncio di sorda, inspiegabile eppure assoluta drammaticità.
A un ingresso così esplicito, anche in termini volumetrici, fa seguito una serie piuttosto lunga di echeggianti introspezioni elettroniche (“OCCULTATION”) che ne sono controparte e complemento: radiazioni di suono grezzo che oscillano nei toni adiacenti al bordone portante. Investigazioni sul nulla, per assecondare ancora una volta l’impressione dominante, e ulteriore maniera di negare l’esistente attraverso corpi sonori estranei che, semmai, ne rappresentano l’estrema e fantasmatica riduzione.

La permanenza prolungata in un questo sinistro e asettico non-luogo è interrotta dal ritorno improvviso del più ipertrofico noise: “BLACK TRANSIT OF JUPITER’S THIRD SATELLITE” è un’altra visione informe e accecante al confine con l’orrore lovecraftiano, finanche sublimante nella voracità con la quale si appropria dello spazio acustico e virtualmente ne straborda, ultimo slancio prima del riassorbimento nel vuoto pneumatico che la circonda – l’ottava e ultima “occultazione” che conduce al definitivo eclissarsi nell’ignoto.

Non c’è nulla di più inquietante di ciò che si sottrae all’interpretazione e a qualsivoglia mìmesis: così con il suo quarto album Helge Sten torna a ordire una radicale tabula rasa: un monito senza parole che risulta impossibile ignorare, benché non faccia appello alle coscienze quanto, forse, alla nostra stessa esistenza, qui e ora, al contrario di un non-essere che avanza inesorabile.

(28/10/2019)

  • Tracklist
  1. DISAPPEARANCE / REAPPEARANCE
  2. OCCULTATION 1
  3. OCCULTATION 2
  4. OCCULTATION 3
  5. OCCULTATION 4
  6. OCCULTATION 5
  7. OCCULTATION 6
  8. OCCULTATION 7
  9. BLACK TRANSIT OF JUPITER’S THIRD SATELLITE
  10. OCCULTATION 8
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