Divine Comedy

Office Politics

2019 (Divine Comedy) | chamber-pop

Se c'è una lezione che, a modo suo, Neil Hannon si è premurato di impartirci nel corso di oltre tre decenni di fare musica, è probabilmente quella più semplice e visibile: l'elisir di lunga vita consiste nel restare a piedi pari al di fuori delle logiche temporali, dell'incedere delle mode, dell'affannarsi a restare attuali quando invece, semplicemente, si può indossare la casacca di una perenne classicità. Al massimo, ecco, si può cambiare la foggia: si può pretendere di essere Napoleone per un intero tour, giusto per il gusto di fare, inaugurando una estemporanea fase imperialista fine a sé stessa che segue un album, “Foreverland”, che più fuori dal tempo non si può. Poi, con un invisibile colpo di spugna, si può far finta di ritrovarsi nelle beghe di un qualsiasi ufficio, con i suoi tic, i pettegolezzi, le antipatie, le logiche che si creano con o senza un perché, per l'appunto. Il mondo del lavoro come palcoscenico privilegiato per lo studio della natura umana.

“Office Politics” non è forse un vero concept, ma permette a Hannon di fare ciò che più gli piace: indossare una maschera tutta nuova e provare a cimentarsi nel piccolo-grande teatrino della natura umana, districandosi in una selva di pregi e difetti da evidenziare e dileggiare. Per farlo, si fa aiutare dalle macchine: nel tredicesimo lavoro in studio dell'artista nordirlandese, parole sue, “ci sono i synth e brani sui synth”. In effetti la componente sintetica non è mai stata tanto presente nelle trame dei Divine Comedy, così come la riflessione sul ruolo e sull'uso delle macchine, non a caso definite “infernali” nell'omonimo brano.

Se però “Foreverland” era un rifugio riparato entro i confini di una classicità fieramente novecentesca e decadente, “Office Politics” è per la legge dantesca del contrappasso la risposta più avanguardista mai data da Neil Hannon al mondo là fuori, e prima ancora a sé stesso. Il rap estemporaneo di “Psychological Evaluation” inscena un dialogo tra l'uomo e l'intelligenza artificiale. “The Synthesiser Service Centre Super Summer Sale” si erge a metà scaletta come l'avamposto di una nuova, effimera politica (appunto) che sembra voler guardare al futuro attraverso le lenti di un passato ottantiano. E che dire della marcia pseudo-industrial di “Infernal Machines”, quella sorta di incubo tridimensionale che sembra volere inghiottire l'ascoltatore nei suoi ingranaggi? E infine, come accogliere i rintocchi orientali che seguono i vocalizzi e poi i cori di “Philip And Steve's Furniture Removal Company”? Si tratta di operazioni che solo a Hannon potrebbero riuscire, per il semplice motivo che solo a lui potrebbero venire in mente. Ma questo non significa per forza che l'esito sia sempre all'altezza del credito quasi illimitato di cui il Nostro gode da molto tempo a questa parte.

E infatti, smargiassate nuove di zecca a parte, e certo non misteriosamente, “Office Politics” convince laddove il buon Neil la smette di bazzicare territori a lui alieni per tornare a fare il primattore sotto i riflettori più congeniali. “Norman And Norma” è un nuovo classico pop della fucina nordirlandese che narra le vicende di una perfetta coppia middle class ormai avanti negli anni e pienamente felice della normalità ricevuta in dono. Viceversa, il pop sbarazzino di “Queuejumper” non riesce a conquistare del tutto, pur invitando a saltellare sulle macerie di un'umanità che ha smesso di farsi scrupoli.
Per “You'll Never Work In This Town Again” si rispolvera il frac in un crogiolo di piccole orchestrazioni che strizzano l'occhio a uno swing appena accennato. Ancora più “classica” è la riflessione sul valore di ciascuno di “Absolutely Obsolete”, a sua volta dotata di precise orchestrazioni in un gioco di specchi tra scherno e seriosità.
“The Life And Soul Of The Party” riaccende la voglia di fare festa, ma senza strafare, perché il contegno è un altro dogma inscalfibile di questa calcolata follia. Lo slot dedicato alla ballatona è occupato da “A Feather In Your Cap”, di nuovo immersa in sintetizzatori e atmosfere anni Ottanta, ma onestamente poca roba rispetto a qualsiasi altro epigone del passato. E poi c'è il lirismo minuto e prezioso di “I'm A Stranger Here”, intriso di quell'esistenzialismo démodé che Hannon ha saputo elevare ad arte.

La verità è che “Office Politics” è un album complesso, particolarmente lungo (sedici brani, un'ora in tutto) e forse meno immediato rispetto ai processori. Un lavoro che alterna alti e bassi, e per quanto ci riguarda meno compiuto nel suo complesso rispetto ai due capitoli che avevano contraddistinto gli anni Dieci in casa Divine Comedy: “Bang Goes The Knighthood” e “Foreverland”. Però è anche quello più fuori dagli schemi, e non era facile, considerando il tenore dei predecessori. Ma, come ribadisce Hannon, “ci provo a fare album normali, ma mi sembra sempre di andare verso strani territori”. In questo caso, però, davvero non ce la facciamo ad allontanarci di molto da un sei... politico.

(12/06/2019)

  • Tracklist
  1. Queuejumper
  2. Office Politics
  3. Norman And Norma
  4. Absolutely Obsolete
  5. Infernal Machines
  6. You'll Never Work In This Town Again
  7. Psychological Evaluation
  8. The Synthetiser Service Centre Super Summer Sale
  9. The Life And Soul Of The Party
  10. A Feather In Your Cup
  11. I'm A Stranger Here
  12. Dark Days Are Here Again
  13. Philip And Steve's Furniture Removal Company
  14. Opportunity' Knox
  15. After The Lord Mayor's Show
  16. When The Working Day Is Done




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