Harry Styles

Fine Line

2019 (Columbia) | pop-rock, pop-soul

Chissà se Harry Styles è stato il primo a rimanere meravigliato. Chissà se aveva mai immaginato, tre anni or sono, che la sua “Sign Of The Times” potesse essere in grado di conquistare non soltanto i milioni di ragazzine rimaste orfane degli One Direction ma anche una grossa fetta di ultra-quarantenni che, addirittura ignari delle origini del cantante, avevano evidentemente intravisto in quel pezzo qualcosa in grado di far tornare loro indietro nel tempo. “Suona come un pezzo classico di Bowie”, “sembra saltata fuori dagli anni 70”, “era da anni che non si sentiva una canzone così”. Un unanime tripudio di elogi insomma, e pensare che quando vent’anni fa Robbie Williams e Mark Owen si affrancarono dai Take That, buttandosi anch’essi a capofitto sul vintage più spinto, in piena era britpop, incontrarono diversi nasi storti tra i musicofili di tutte le età, titubanti riguardo la genuinità della loro proposta.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora ed è cambiato parecchio il panorama mainstream, il modo di scrivere (e arrangiare) una canzone pop si è letteralmente trasformato ed ecco perché l’operazione di Styles, sulla scia dell’esempio di Adele, ha avuto una risonanza così ampia e trans-generazionale, risultando addirittura originale. Chiamato a bissare un successo di tale portata, l’ex-1D evita intelligentemente di rifilarci la copia carbone di un pezzo così fortunato ma decide di non averne ancora abbastanza delle sonorità di cinquanta anni fa.
Se il folk delicato à-la Sufjan Stevens di “Cherry” e la festosa ballata country di “Canyon Moon” riconfermano i momenti più intimisti dell’album di debutto, nel complesso Styles decide di asciugare enfasi e grandeur, condendo la sua ricetta passatista con ingredienti stavolta più black che British (e pare anche con qualche fungo allucinogeno, stando alle sue dichiarazioni).

Non manca quasi nulla all’appello di questa svolta da “giovane americano”: inevitabili propulsioni funky (l’impeccabile “Adore You”, accompagnata da un clamoroso videoclip), tentazioni reggae (“Sunflower, Vol.6”), pezzi rock che restano a galla grazie ai fiati più che alle chitarre (“Watermelon Sugar”) e le immancabili contaminazioni gospel del fascinoso singolo di lancio, quella “Lights Up” che, nella sua quasi stucchevole eleganza, lo avvicina più alla Lennox matura (o a Gary Barlow, per rimanere in tema di boy-band) anziché incoronarlo novello Jagger, come vorrebbe ostinatamente certa stampa.
Se non fosse per qualche sbandata in stile broadwayano (gli irritanti coretti di “Treat People With Kindness” e l’esasperato romanticismo, che piacerebbe a Barry Manilow, in “Falling”) o per la sboronata psichedelica di “She”, che distrae da un pezzo eccessivamente didascalico, il pur piacevole “Fine Line” suonerebbe fin troppo perfettino se non addirittura innocuo.
A giudicare dalla cura e dal buon gusto con cui sono stati confezionati i suoni di questi nuovi pezzi non c’è dubbio che sia l’album di quel fashion victim ormai onnipresente alle serate di gala e sulle copertine più patinate, ma è ancora lontano dall’essere il disco di un consumato sex-symbol. Paradossalmente scarseggiano la tensione sessuale, la decadenza glam e, ironia della sorte, non si percepiscono nemmeno le tanto sbandierate droghe.
Negli ultimi anni è cambiato radicalmente il concetto di pop, è vero, ma anche quello di rockstar deve aver subito un’addomesticazione parecchio spinta.

(16/12/2019)

  • Tracklist
  1. Golden
  2. Watermelon Sugar
  3. Adore You
  4. Lights Up
  5. Cherry
  6. Falling
  7. To Be So Lonely
  8. She
  9. Sunflower, Vol.6
  10. Canyon Moon
  11. Treat People With Kindness
  12. Fine Line




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