Harry Styles - Harry Styles

2017 (Erskine/Columbia)
pop-rock
Gliel'hanno ripetuto in tanti - "sembri Mick Jagger!" - e alla fine Harry Styles c'ha creduto davvero. La faccia da schiaffi non gli manca, così come le donne sempre disponibili e le droghelle ben disposte nei piattini d'argento di ogni camera d'hotel che visita. Dopo la militanza nella boyband più famosa del nuovo millennio, la svolta solista doveva per forza di cose spingersi verso nuove direzioni, e Styles ha scelto la via della vecchia Britannia.
Si potrebbe aprire un dibattito infinito sul panorama mainstream anglosassone degli ultimi dieci anni, su come i talent show abbiano fatto tabula rasa di contenuti originali (e questo Harry lo sa bene, visto che c'è passato pure lui), e di come, con l'industria in crisi, il più costoso formato della guitar-band sia spesso rimasto sepolto sotto montagne di dance-r&b tanto modaiolo quanto generico e a rapida implosione. Ma a guardare bene, i due nomi da esportazione più grossi degli ultimi tempi in Inghiterra - Adele ed Ed Sheeran - stanno sempre molto attenti a coprire i propri episodi con un rassicurante velo retromaniaco, e Styles punta ad un approccio ancor più reazionario.

Il coraggio non gli manca; con i suoi quasi sei minuti di durata, "Sign Of The Times" è uno dei singoli di lancio più pomposi e melodrammatici da anni a questa parte, due caratteristiche forse non proprio imprescindibili per il buon gusto comune, ma che tanto latitano nel recente panorama pop. Ogni tanto, un po' di sana impalcatura barocca e posticcia non nuoce, soprattutto se condotta con la mano sul cuore (per tacere del videoclip, nel quale Styles vola sopra panorami invernali manco fosse Gesù).
Ci troviamo poi di fronte a una trafila di viaggi a ritroso che fa proprio strano dover rivisitare nel 2017 - produce il solito Jeff Bashker, già al lavoro con Bruno Mars. "Meet Me In The Hallway" richiama sia gli Stereophonics che certi Verve, le atmosfere un po' freak di "Carolina" sono beatlesiane nel midollo (come potevano mancare proprio loro?), mentre gli Stones vengono rivangati negli sciancati rock'n'roll di "Only Angel" e "Kiwi" - energici e divertenti, ma poco altro. Si sentono anche vaghi richiami di Beck in "Woman" e i Travis più pallosi nella ballad a tutta sicurezza di "Two Ghosts". Ma un momento chiaramente sheeraniano di romantico folk-pop emotivo come "Sweet Creature" dà subito il mal di pancia, evidente in questo caso come tali atmosfere siano ormai un dazio da pagare per chiunque decida d'imbracciare una chitarra con l'intenzione di entrare in classifica.

Inutile pontificare troppo; chi vi scrive ricorda i debutti solisti in chiave pop-rock di Mark Owen e Melanie C dopo il rispettivo passato bubblegum, si è dovuto sorbire gli Aerosmith dell'era-"Armageddon", ma anche i tanti trionfi del colorato squadrone britpop; di conseguenza, un disco come "Harry Styles" desta dapprima un'istintiva curiosità, per poi svanire subito dopo nel dimenticatoio.
Ovviamente, per le nuove generazioni, delle quali il 23enne Styles fa parte a pieno diritto, tutto va rimesso in contesto, com'è giusto che sia, ci sta che un disco come questo riesca a destare nuove curiosità. Certo però, anche evitando la chiara e in questo caso fuorviante critica del già sentito, rimane a "Harry Styles" quel retrogusto amarognolo di scontatezza e prevedibilità di chi sa imitare ma in fondo non aggiunge nient'altro.

Tracklist

  1. Meet Me In The Hallway
  2. Sign Of The Times
  3. Carolina
  4. Two Ghosts
  5. Sweet Creature
  6. Only Angel
  7. Kiwi
  8. Ever Since New York
  9. Woman
  10. From The Dining Table


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