Quando Matteo Losi, Federico Romagnoli e Giacomo Rivoira nella loro storia del britpop hanno incluso i My Life Story di Jake Shillingford, ho avuto un sussulto di gioia e ammirazione. È stato naturale a questo punto tirar fuori i loro tre album, per riassaporarne il raffinato e articolato chamber-pop, con la tacita speranza che la reunion del 2012, sul palco del prestigioso Shepherds Bush Empire, messa in piedi per festeggiare il quindicesimo anniversario di “The Golden Mile”, avesse un seguito.
Infine le mie, e non solo le mie, preghiere sono state esaudite, anche se un certo timore si è impossessato della mia psiche, preoccupata di dover far fronte a una cocente delusione.
In verità, Jake Shillingford non ha mai perso contatto con il mondo della musica, negli ultimi anni con il musicista e compositore Nick Evans si è dedicato alla composizione di musica per film e serie tv (come per il recente film horror “Slasher”), affinando il linguaggio sonoro, qui rielaborato e adattato alla nuova dimensione della band, ora più tipicamente composta da 4 musicisti e non dai 12 elementi dei tempi d’oro.
La storia dei My Life Story è stata costellata da una lunga serie di successi in patria (sette brani nei top 50), a suon di singoli dal tono raffinato, e per molti versi in antitesi con l’imperante britpop.
Se provate a chiedere a Jake quale sia il suo ricordo più bello di quei tempi passati, vi racconterà di giornate passate a scegliere abiti di lusso e a organizzare estenuanti session in studio, gratificate dall’incontro con autentiche icone della sua gioventù (da Scott Walker a Marc Almond con il quale ha collaborato per il tributo a PJ Proby “Legend” nel 1997).
Ma la vera fonte d’energia vitale per Jake resta la musica, ed è da questa passione che riparte l’avventura My Life Story, con un disco che è stato in un primo momento finanziato attraverso la piattaforma PledgeMusic (poco prima che fallisse e lasciasse molti progetti in sospeso), e poi ultimato grazie all’impegno preso dalla band con i fan.
“World Citizen” è un disco destinato soprattutto ai fedeli seguaci della band, ma per i neofiti sarà facile scorgere in Jake la caratura di autore pop dal tocco sicuro e ingegnoso.
È un vero tuffo negli Eighties, il nuovo album dei My Life Story, un disco che tra un pizzico di britpop (sì, alla fine quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra) e un’enfasi orchestrale che ricorda un altro idolo dei nostalgici del pop made in Uk (Ian Broudie), mette in gioco una serie di potenziali singoli che a modo loro raccontano di un mondo che è andato avanti senza i My Life Story (“No Filter”), ma che ha ancora bisogno di un po’ di fiducia (“Taking On The World”) e spensieratezza (“Broken”).
Le introspezioni liriche e sonore di “The Rose The Sun”, “The One” e della più intensa “Overwinter” compensano il tono brillante e sopra le righe imperante altrove, senza alterare il mood generale dell’album, sottolineando la scaltrezza di Jake Shillingford, nonché la voglia dell’autore di rimettersi in gioco con la musica pop, dopo la sbornia di colonne sonore e temi musicali per serie tv.
Se non avete dimestichezza e predisposizione per un chamber-pop leggiadro, scalfito da sonorità guitar-pop e avete gettato la spugna nel confrontarvi con le effimere gioie di artisti come Lightning Seeds, La’s, Oasis e Pet Shop Boys, state alla larga da “World Citizen”, se al contrario avete sete di nuove vibrazioni canzonettistiche, il disco dei My Life Story è una delle migliori occasioni per riconciliarvi con la natura flessibile dell’arte pop.
22/02/2020