Patrick Watson

Wave

2019 (Domino) | alt-folk, psych

Un giorno ci ritroveremo tutti a spulciare negli archivi digitali e fisici di questi logoranti e affollati annuari discografici. Quanti sorrisi a denti stretti, pensando ai tanti capolavori che col passare del tempo avranno perso smalto, quante bugie saremo costretti a dire a noi stessi nel tentativo di convincerci che dopotutto quella band e quel cantautore/cantautrice, nelle cui gesta avevamo riposto le nostre speranze, non erano poi da buttare via; e invece quanti album accantonati con sufficienza e malcelata spocchia critica si mostreranno in tutto il loro splendore.

Dopotutto, il tempo è galantuomo. Lo sa bene chiunque abbia apprezzato in questi anni la musica dei Patrick Watson: il nostalgico timbro monocromatico della sapiente miscela di folk, blues, jazz e chamber-pop dei canadesi non è materia facile da assaporare per chi è assetato di ritmi possenti e schitarrate acide o musica da consumare in club chic.
Tutti gli album della band con il passare degli anni si sono scrollati di dosso la polvere del tempo, brillando di luce propria, in un panorama artistico peraltro ricco di effetti speciali ed effimere sceneggiature intellettuali. “Wave” è da par suo già sedimentato e pronto, avendo la band atteso ben quattro anni per dare un seguito al piacione folk psichedelico di “Love Songs For Robots”. Una scelta causata anche da eventi personali poco gradevoli per il leader della formazione: la perdita della madre, il divorzio e il suicidio di un amico fraterno.

Il processo di semplificazione degli arrangiamenti, intrapreso con il penultimo album, trova un’inattesa apoteosi poetica in “Wave”. Tutto è più lineare, semplice, spoglio: la bellezza barocca e vulnerabile della scrittura di Watson esplode e tracima, come se le canzoni fossero modellate con acqua, vento, fuoco e terra. Allegorie e divagazioni stilistiche sono sacrificate per dare spazio alla forza della scrittura, mai così pop e nello stesso tempo così matura e raffinata.
A voler giocare con le assonanze c’è molto da raccontare, non tanto per la natura derivativa delle canzoni, quanto per l’intrinseca forza lirica e armonica delle dieci tracce. Il tintinnio del piano e la voce angelica, che tessono le fondamenta dell’estatica e invernale “Broken”, sono delle dolenti e fragili trame neo-folk che era lecito pretendere da Bon Iver. Il crescendo/non-crescendo di “Dream For Dreaming” ha l’incipit dei 10cc di “I’m Not In Love”, la fluidità soul di “What’s Goin’ On” di Marvin Gaye e una piacevole assonanza con "Creep" dei Radiohead.

Il delizioso equilibrio tra armonie e arrangiamenti lascia fluire senza drammi il romanticismo della title track, e altresì eleva la spiritualità dell’introspettivo ed emozionante folk–psichedelico di “Strange Rain”, qualità che erano già evidenti nel singolo che aveva anticipato mesi fa l’album: un pregevole folk-noir caratterizzato dalle sensuali movenze del fado (“Melody Noir”).
La sequenza di emozioni che accompagna la prima facciata del disco quasi rischia di far passare in second’ordine il pur brillante prosieguo. In verità è la solita storia: anche il più immediato degli album di Patrick Watson ha bisogno di tempo per mostrare tutto il suo fascino e valore. Non sono infatti semplici le divagazioni prog-jazz di “Wild Flower”, e non risultano subito accattivanti le impervie trame armoniche dell’acre e oscura ballata psichedelica “Drive”.

La band canadese con “Wave” compie un passo lungo verso quella forma di sublimazione poetica che spesso demarca il confine tra musicista e artista.
Una raggiunta maturità espressiva che si manifesta nelle poche ma efficaci note di piano che agitano le limpide trame neoclassicheggianti di “Look At You”, nonché nell’indiscutibile capolavoro di scrittura che chiude l’album, “Here Comes The River”: un brano dal crescendo impetuoso e travolgente, affidato anche questa volta a solo due sparute note di piano e un cantato mai così intenso e sentito.

Con “Wave” i Patrick Watson rinunciano a gran parte della grandeur strumentale e alla maestosità di certi arrangiamenti, forti di una maturità e di una forza creativa destinate a scardinare molti dei residui dubbi di pubblico e critica. Forse non quelli di Pitchfork, il cui voto 3.3 per “Wooden Arms” suona ancora come un affronto più che una critica (chissà se questa volta il contagio hip-hop di “Turn Out The Lights” smuoverà i loro aridi cuori). Ma il tempo è galantuomo, anche nei confronti di certi commenti dettati dalla superficialità. Nel frattempo, chi ha tempo non aspetti tempo.

(04/11/2019)



  • Tracklist
  1. Dream For Dreaming
  2. The Wave
  3. Strange Rain
  4. Melody Noir
  5. Broken
  6. Turn Out The Lights
  7. Wild Flower
  8. Look At You
  9. Drive
  10. Here Comes The River






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