Libertines, Babyshambles e ora Puta Madre: Peter Doherty prova a reinventare se stesso senza perdere nemmeno un briciolo di quello spirito bohemien che lo ha preservato dall’indifferenza e dall’oblio del pubblico rock.
“Peter Doherty & The Puta Madres” è un album la cui impertinenza è condensata nel titolo. Per il resto Doherty mette in un unico calderone le sempre stimolanti lezioni di celtic-blues dei Dexys (“All At Sea”, “Someone Else To Be”), il passato non-passato di drug addicted (“Punk Buck Bonafide”), residui new wave (“Who’s Been Having You Over”), astuzie indie-rock (“Shoreleave”) ed esotismi dalla collocazione indefinibile (“The Stream”), con la stessa convinzione con la quale un influencer scatta l’ultimo selfie.
Abile nel sollevare l’attenzione mediatica sulle personali storie di dissolutezza ed eccessi, che ne dovrebbero consacrare lo status di popstar, Doherty trascura ancora una volta l’essenza stessa del rock’n’roll, ovvero riuscire a scrivere un buon repertorio di canzoni.
I Libertines ne avevano in verità abbastanza nel proprio carniere, ma li c’era Carl Barat a reggere il baraccone, e non è affatto una trovata divertente quella di citare prima Lou Reed e poi gli Oasis all’interno della stessa canzone (la già menzionata “Someone Else To Be”), né convince il soporifero e ambizioso arrangiamento di “Travelling Tinker”.
“Peter Doherty & The Puta Madres” è un disco che dietro la ridondante messa in scena nasconde un vuoto creativo, nonché l’incapacità di Doherty di intonare una qualsiasi melodia senza aggrovigliarsi su se stesso. Un disco talmente inutile che senza dubbio sarà salutato come un ritorno alla forma (Peter ha scomodato anche il bravo chitarrista dei Trampolene, Jack Jones), guadagnandosi invero il premio come opera più confusa e sconclusionata dell’anno.
15/01/2020
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