The Little Unsaid

Atomise

2019 (Reveal) | folk-pop, chamber-pop

Non è più tempo di eroi: i miti dell’adolescenza stanno dileguandosi come neve al sole, e dubbi e certezze si stanno insinuando in quei pochi residui di fantasia che ci hanno fatto sognare un mondo migliore. Alienazione, depressione, solitudine, disagio, lutti: frammenti di quel caos che John Elliott (aka The Little Unsaid) ha messo in musica con un tocco romantico, raffinato, struggente.
Come un moderno crooner, il cantautore, produttore e polistrumentista, nel suo quinto album - all'attivo ha anche due Ep e una raccolta - mette in fila inganni e illusioni. Dodici brani registrati in una villa del Pembrokeshire con l’ausilio di un piano verticale, e poi rifiniti dal suono di chitarre, synth, basso, percussioni, violini, harmonium, ukulele e un quartetto d’archi registrato in una chiesa.

E’ ardito e temerario, “Atomise”, un disco che raccoglie tutte le migliori suggestioni di una carriera vissuta nell’ombra (non esiste nemmeno un commento su Rym), e che ancora una volta tiene fede al profilo introspettivo e compunto dell’autore. Elliott è un compositore abile nell’evocare raffinate suggestioni con l’uso di simbolismi e immagini surreali, come quella di “Human”, dove alla caduta di un dente l’autore associa la perdita dell’innocenza o il presagio di un evento funesto, mentre la musica si tinge di atmosfere viscerali e sofferte.

Il chamber pop di The Little Unsaid è ispirato, ricco di dettagli lirici e strumentali che meriterebbero analisi profonde, ma è più semplice svelare solo alcune delle delizie di “Atomise”: l’articolato fingerpicking di “Screws”, l’ipnotico minimalismo tribale/art-rock alla Peter Gabriel di “Spiderman”, o la jam elettro-folk di “Road”.
Non è peregrino il paragone evocato nei comunicati stampa con Thom Yorke, solo che Elliott utilizza toni meno appariscenti, più delicati (“Moonrise”) o canovacci sonori più semplici e diretti (“Ignited”). Anche quando le architetture diventano più ambiziose, il musicista indugia su toni mesti ma mai apocalittici (”Particles”).
Restano ancorate a una visione crepuscolare/noir anche le incursioni nell’elettronica del morbido ma vivace funky di “Chain”, o della già citata “Road”; tuttavia Elliott appare più a suo agio nelle più torbide e malinconiche sonorità chamber/folk che caratterizzano gran parte dell’album, stimolando qualche piacevole confronto creativo con i Woodpigeon (”Willow”, “Atomise”), sfiorando labilmente i confini dell’avant-folk-pop nell’eccellente “Music”, altresì citando Terry Riley alla maniera degli Who.

Non c’è nulla di veramente nuovo in “Atomise”: il folk-pop tinto di struggenti arrangiamenti orchestrali, la voce quasi femminea di Elliott, il senso perenne di dramma. Nick Cave, Leonard Cohen, Roy Harper ci hanno già in passato aperto le porte della malinconia con toni ancor più decisi, ma nell’arrendevolezza di The Little Unsaid è infine racchiusa la modernità di queste canzoni. Dodici istantanee (i titoli sono tutti formati da una sola parola) che raccontano in modo comunque nuovo una storia già sentita, e che stranamente risulta ancora ricca di fascino e autentico pathos.
E’ tempo che il nome The Little Unsaid diventi familiare a tutti quelli che non hanno smesso di sognare.

(27/08/2019)



  • Tracklist
  1. Human
  2. Screws
  3. Story
  4. Spiderman
  5. Music
  6. Atomise
  7. Road
  8. Ignited
  9. Particles
  10. Chain
  11. Moonrise
  12. Willow




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