Triad God

Triad

2019 (Presto!?) | ambient, spoken word

Il primo e finora unico album di Triad God, “Nxb”, venne immesso sul mercato nel 2012. Da allora dell’artista si sono quasi perse le tracce, a parte qualche sporadica apparizione in Dj Mix del sottobosco, grosso modo sul confine fra la scena vaporwave e quella hypnagogic pop (spunta anche una collaborazione con James Ferraro). Nel marzo di quest’anno il silenzio è stato finalmente spezzato, con la pubblicazione di “Triad”.  
Di Triad God si sa pochissimo: sono noti l’aspetto e il nome di nascita, Vinh Soi Ngan. Le sue origini sono per metà vietnamite e per metà cinesi, e nonostante viva a Londra, nelle sue canzoni si esprime quasi sempre in cinese. Per la precisione, in cantonese. 

La scelta è particolarmente importante, in quanto riduce drasticamente lo spettro del pubblico che può essere raggiunto dalla sua proposta. Triad God è infatti sempre stato distribuito da etichette che non arrivano nei suoi paesi di origine. Il nuovo album si appoggia addirittura a un’etichetta italiana (pur distribuita in mezza Europa, oltre che in Giappone e Stati Uniti), la Presto!? di Lorenzo Senni
Si tenga conto che i suoi lavori sono presentati come album di “spoken word”, elemento che ricopre in effetti ampio spazio al loro interno, e convincere un pubblico occidentale ad ascoltare del parlato in cinese, senza rendere disponibile alcuna traduzione o sottotitolo, implica la ferrea volontà di rendersi comprensibile, in una terra straniera, soltanto alla propria minoranza di appartenenza. Non è noto se l’artista detenga anche la cittadinanza britannica, ma è tutto sommato secondario di fronte alla portata simbolica della sua scelta.
Per rendersi ancora più inintelligibile, non ha neanche reso noti i testi in cinese scritto, in modo che neanche i cinesi che parlano mandarino possano comprenderlo: i significati dei suoi freestyle e delle sue poesie sono in sostanza raggiungibili solo da chi ha ampia padronanza del cantonese parlato (si conti che il cantonese è una varietà del cinese nettamente minoritaria rispetto al mandarino – sessanta milioni di persone a fronte di circa un miliardo). 

Nonostante tutto, “Triad” sarebbe comunque un disco da ascoltare, anche qualora non si comprendesse una sillaba del testo, sia per via delle superbe basi strumentali del produttore londinese Benjy Keating, in arte Palmistry, sia perché le cantilene di Ngan assumono a un certo punto pura valenza fisico-emozionale, come diventassero un drone, con il loro avanzare monocromatico e il loro tono costantemente dimesso. E a dirla tutta, qualche significato riesce a filtrare, dato che Ngan, nella sua magnanimità, lancia nel mucchio alcune parole a cui aggrapparsi: un inglese fortemente accentato fa capolino – in forma di piccoli slogan – in una manciata di brani, mentre l’apertura dell’album è affidata al giapponese (“Moshi moshi? Nandayo?” / “Pronto? Che diamine…?”). 
Le musiche di Palmistry rientrano grosso modo nello spettro della musica ambient, ravvivandolo con originalità secondo varie tendenze, presenti e passate, del mondo della musica elettronica, che non risultano mai invasive. 

“Intro” consiste in un drone di tastiere d’atmosfera, con Ngan che sembra parlare al telefono e una voce pitchata sullo sfondo che ripete “You and I”: dopo circa un minuto sfoca nel rumore di un temporale.
“Babe Don’t Go” è un brano house ridotto ai minimi termini: privato di ogni stratificazione, si limita a una tastiera puntellante, un contrappunto melodico e un flebile colpo di rullante senza alcun groove
“So Pay La” venne resa disponibile cinque anni fa, in forma sciolta, e oggi è inserita in “Triad” senza alcuna modifica: tastiere statiche, dal tono chiesastico, con botta e risposta fra due voci, una pulita e una filtrata. Pochi minuti dopo, in “Chow Bat Por”, il riferimento ai cori da chiesa si fa ancora più pesante.
La pianistica “Gway Lo” suona come una ballata cantopop, asciugata di ogni ampollosità: rimangono le tastiere e l’orchestrazione, ma sono mixate molto al di sotto della voce narrante. Un canto etereo, appartenente a chissà chi, disegna una struggente melodia in lontananza.  

“Dill” è il capolavoro dell’album: un maestoso muro d’elettronica che si erge fino alle vertiginose altezze del tema di “Aguirre” a firma Popol Vuh. Quattro minuti di musica immacolata (più cinquanta secondi di temporale in conclusione, come da copione collaudato). Dopo un momento tanto imponente, “I Luv U Freestyle”, per soli voce e rumore di strada, appare come un sano bilanciamento, mentre “Gwan Ye Gong” torna alla house disossata e “Hay Wan” mostra Ngan bofonchiare sui sottili ricami di un idiofono a percussione, appena sfiorato. 
Chiudono “China Town Everyday”, un coro gregoriano che dopo pochi secondi si sfalda in un drone, e “Chinese New Year”, l’unico momento trap del disco, forse un po’ fuori contesto, ma tutto sommato abbastanza delicato da non fuoriuscire dall’atmosfera generale.

In definitiva, quello di “Triad” è il suono ambient più variegato, peculiare e futuristico del momento. Nell’universo della musica contemplativa, bisogna andare indietro fino al debutto dei 2814, ossia a cinque anni fa, per trovare qualcosa di altrettanto significativo.

(07/11/2019)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Babe Don't Go
  3. So Pay La
  4. Gway Lo
  5. Chow Bat Por
  6. BDG
  7. Dill
  8. I Luv U Freestyle
  9. Gwan Ye Gong
  10. Hay Wan
  11. China Town Everyday
  12. Chinese New Year


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