Uochi Toki

Malaeducaty

2019 (Light Item) | experimental hip-hop

Criptici, pretenziosi, cervellotici, eccessivi: in tanti modi sono stati definiti – e talvolta saranno anche stati davvero – gli Uochi Toki, amati/odiati a fasi alterne da un pubblico a sua volta amato/odiato più o meno esplicitamente. Una sola la cosa che il duo sperimentale è sempre stato: se stesso.
Chi ha atteso pazientemente la fine della loro fase fumetti-videogiochi-realtà virtuale sarà accontentato, così come la critica che si è astenuta dal commentare gli ultimi capitoli discografici in attesa che tornassero “significanti”. Ma qui l’obiettivo non è quello di tornare a fare rap (né lo è mai stato), quanto piuttosto di additare ed esternare a chiare lettere tutto ciò che ancora non va nel mondo/paese reale, ambiente che gli Uochi hanno idealmente disertato per diversi anni.

Ma se fin dagli inizi la tecnica era quella del sorvolo, di una lettura e dissertazione da una prospettiva quasi aliena e super-partes, con “Malæducaty” i testi di Napo vanno dritti ai molteplici bersagli rimasti illesi durante il periodo “fantastico” – giunto a un momentaneo compimento col libro-disco “La magia raccontata da una macchina”.
Per l'ascoltatore, dunque, il prezzo di questa retromarcia è di doversi rimettere in guardia dagli assalti verbali e (pan)sonici degli Uochi più affilati che si possano ricordare – “Noi non saremo mai amici”, tuonava in “Macchina da guerra” – e tutti i sassolini da dentro la scarpa volano dritti in faccia. E ce n'è per tutti: chi dice di non aver tempo per cucinare (“sì sì” ad infinitum); i vegani e quelli ossessionati dalle devianze linguistiche del politically correct; i fumatori; gli intervistatori con domande oziose e capziose; la riproducibilità del linguaggio internettiano e la retromania galoppante dell'industria dell'intrattenimento ma non solo (“reboot di remake delle serie, reboot di remake di camicie nere in posizioni di potere"); le band che sfondano e diventano juke-box da palco, e chi augurava lo stesso destino anche agli Uochi (“Oh ma non la fate ‘Il ladro’? Non la fate ‘L'estetica’?”).
È un impeto liberatorio da ambo i lati: per Rico, che in questi anni ha assecondato esperimenti dall'indole più introspettiva con un tratto atmosferico – se vogliamo, l'altro lato dell'eredità autechriana –; e soprattutto per Napo, di nuovo torrenziale e senza troppe correzioni, libero anche di testare nuove delivery oblique (“Cambia domanda”), creando così nuovi livelli espressivi in parallelo all'instabile tessuto ritmico.

Autoprodotti e autoriferiti come sempre, escludendo la fase di maggior visibilità sotto l’egida de La Tempesta: gli Uochi funzionano al meglio con le briglie sciolte, accettando il rischio di non essere seguiti, apprezzati o capiti. Ma questo era il momento (storico?) giusto per metter fuori la testa dall'universo finzionale e tornare a essere più che mai intelligibili, addirittura sacrificando i garbugli mentali e le congetture para-filosofiche. Sempre un po’ odiosi, pignoli, intransigenti – a tratti persino rosiconi – eppure sempre, sempre loro stessi. Per quelli che nonostante tutto sono rimasti all'ascolto, ecco un colpo di coda inaspettato e maledettamente efficace.

(07/10/2019)

  • Tracklist
  1. Basta poesia!
  2. Poesia quantica
  3. Onigiri
  4. Res ort
  5. Vegan stammi vicin
  6. Stallo alla Messicana
  7. Innocuo
  8. Le sigarette
  9. La Lingua Memese
  10. Fascia d'età
  11. Cambia domanda
  12. Revisionare l'amore
  13. Fate il ladro, fate l'estetica
  14. Digei Graff
  15. L'archetipo dell'imballabile
  16. Grazyae
  17. La macchina del tempo libero
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