Tangents

Timeslips

2020 (Temporary Residence) | jazz

Il nuovo album dei Tangents è più percussivo che mai. Senza rinnegare la loro formula, a cavallo tra nu jazz e post-rock, gli australiani danno una svolta alla loro tavolozza timbrica portando gli idiofoni al centro del loro sound.
Potrebbe essere quella sopra, la sintesi del loro quarto album “Timeslips”. Un quadro banalizzante, forse, che però condensa molta della sorpresa che il primo (e il secondo, e il terzo) ascolto regalano a chi abbia seguito il percorso della band finora. Da tempo accasato sull’etichetta Temporary Residence, il quartetto strumentale tastiere-violoncello-elettronica-batteria ha negli anni costruito uno stile che coniuga la rarefazione geometrica di Tortoise e similari con l’ipercinetismo ritmico del migliore nu jazz britannico, innamorato perso dei frastagliamenti metrici di discendenza drum’n’bass. Ne sarebbe potuto emergere un astrattismo sterile e autocompiacente, ma i Tangents hanno saputo illuminare la loro musica raccogliendo l’eredità emotiva del soft/loud di marca Explosions in the Sky, evitando al contempo — circostanza rara e di per sé encomiabile — di scadere nella retorica e nel calligrafismo che caratterizza molti loro proseliti.

Tornano nei sei lunghi brani di “Timeslips” tutti gli elementi del passato: la cura estrema degli schemi ritmici, sempre avvincenti e granulari, gli enigmatici giochi di tensione e distensione, l’uso onnipresente ma parco dell’effettistica elettronica, l’equilibrio sempre nuovo tra ciclicità ed evoluzione, tra estasi e stasi. Cambia però, e cambia radicalmente, il fulcro compositivo dei pezzi: fin dai primissimi secondi di “Exaptation”, che aprono il disco con quelli che sembrano i rintocchi di un gamelan indonesiano, è chiarissimo che a questo giro un insieme di strumenti sarà in primo piano rispetto al resto.
Proseguendo, ecco poi “Vessel”, cullata da una spuma sonora di piatti e brezze elettroniche, e “Old Organs”, che parte quasi footwork ma subito apre a uno sfavillio di synth pad e carabattole metalliche (che lentamente muta e s’ingrossa su uno di quei crescendo che, chiamateli pure abusati, non mancano mai di suscitare il loro effetto).

Analoga descrizione, con opportune varianti s’intende, potrebbe darsi anche dei tre episodi successivi, “Survival”, “Debris”, “Belonging”. Procedendo con l’ascolto, iniziano però a emergere aspetti meno evidenti: ingredienti della formula che non balzano all’occhio quanto l’enfasi percussiva ma contribuiscono altrettanto all’efficacia emotiva dei brani. Perché, non dimentichiamolo, musica come questa la si ascolta soprattutto per le sensazioni che sprigiona, per il cocktail senza nome di stati d’animo che sgorga dalle sue note.
Attesa e illuminazione, malinconia e frastornamento, pace e oppressione, sorpresa, concitazione. Come nascono questi contrasti, che spesso si presentano non attraverso un’alternanza di temi o sezioni, ma pervadendo un medesimo passaggio strumentale? La chiave — se di singola chiave si può parlare — sta nei giochi tra alte e basse frequenze. Torniamo a “Exaptation” e al suo gamelan: sferragliamenti incessanti che si stagliano irregolari e penetranti sul suono avvolgente e ovattato delle corde più basse del violoncello. E in “Debris”? Lo sviluppo si articola su due piani, con le ripetizioni pachidermiche dell’effettistica elettronica a duellare con l’aspetto materico dei rumorismi in primo piano. In “Old Organs”, invece, è lo scrosciare sintetico delle frequenze intermedie a essere in trappola tra la doppia andatura zoppa delle percussioni acute, in superficie, e dei cavernosi sub-bass.

Moduli, incastri, sovrapposizioni. È in fin dei conti la vecchia intuizione del minimalismo, cara a jazzisti come Nik Bärtsch come a tanto post-rock e all’elettronica “da camera” a cui i Tangents palesemente si ispirano. Qui, in forma semplificata ma anche rinforzata di carica emotiva, lo stratagemma si fa leva subliminale per dar vita alle sensazioni ambivalenti e sfumate di un disco che forse rapirà pochi ascoltatori, ma lo farà con grande efficacia e capacità di trasporto.

(28/09/2020)

  • Tracklist
  1. Exaptation
  2. Vessel
  3. Old Organs
  4. Survival
  5. Debris
  6. Bylong
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