Tashi Dorji

Stateless

2020 (Drag City) | guitar-impro

Davvero una vita piena, quella del chitarrista Tashi Dorji. Nato e cresciuto nel regno himalayano del Buthan, si è trasferito con la famiglia intorno al 2000 ad Asheville, nella Carolina del Nord, per frequentare il college. Nato in una famiglia di musicisti (sua madre è una flautista, suo padre era un influente suonatore di liuto e suo cugino è un cantante folk famoso dalle sue parti), Tashi Dorji è cresciuto con le classiche band hard and heavy grazie ad alcune cassette arrivate chissà come dall'India. Arrivato negli Stati Uniti, si è imbattuto in una comunità di punk anarchici e ha iniziato a esplorare il mondo del punk hardcore. La scoperta di un chitarrista come Derek Bailey gli ha fatto cambiare completamente la modalità di creare musica e lo ha spinto verso la libertà dell'improvvisazione. Se la musica che suona è cambiata da allora, non è cambiata affatto la modalità usata da Dorji per esprimere con i suoni le sue convinzioni politiche e i suoi sentimenti anti-gerarchici e anticapitalisti. Convinzioni che, se possibile, si sono acuite negli ultimi tempi viste le posizioni intrattabili e spregevoli del governo americano sullo status degli immigrati, dei rifugiati e degli stranieri di ogni tipo.

Musicista estremamente attivo, non è affatto facile stare al passo dei suoi mille progetti. Dopo il suo album di debutto omonimo pubblicato nel 2009 dall'etichetta Hermit Hut di Ben Chasny, ha iniziato a calcare moltissimi palchi negli Stati Uniti e in Europa, spesso suonando musica elettrica, molto più potente dei suoi primi esperimenti acustici. Le associazioni più durature di Dorji fino ad oggi sono state con i percussionisti Thom Nguyen (nel duo Manas) e Tyler Damon, e con i sassofonisti Dave Rempis (che si unisce a Damon e Dorji nel trio Kuzu) e Mette Rasmussen.
Proprio Chasny, mente dietro i Six Organs Of Admittance, ha proposto al chitarrista di lavorare con la Drag City, e l'etichetta, da sempre innamorata delle pennate evocative dell'artista, non si è lasciata sfuggire l'occasione, chiedendo subito a Dorji se voleva incidere un lavoro con loro, lasciandogli la completa libertà artistica. La risposta si chiama "Stateless", un ritorno alla musica acustica, ma allo stesso tempo un disco che risponde a dei canoni molto diversi, con le corde tormentate e accarezzate con una forza, un'urgenza e una fisicità davvero sorprendenti.

Già il titolo impone una riflessione sociale e musicale. Essere apolide implica uno svincolarsi da qualsiasi tipo di appartenenza. Ma qui non si tratta solo di svincolarsi dalla politica recente americana, si tratta anche di tirarsi fuori da qualsiasi riferimento per esplorare il proprio personalissimo percorso. E per adesso una delle possibili destinazioni di questo percorso è questo album, un lavoro della durata di 54 minuti registrato di getto in circa un'ora e mezza, fermandosi solo tra un brano e l'altro per cambiare l'accordatura della sua chitarra.

L'idea di base è stata quella di portare lo strumento in cui si esprime in modo più naturale, la chitarra acustica, a un livello di potenza e di tensione più simile a generi come il punk e il metal, esplorando gamme sonore diverse e cercando di scardinare diverse convenzioni. Un'esplorazione anarchica del suono, tenendo sempre vivo quel fuoco che proviene da una contestualizzazione della natura politica del quadro sociale in cui ci troviamo a vivere. Un approccio quasi da scultore, con le corde di acciaio che formano spigoli aguzzi per poi andare all'indietro su melodie folk antiche creando levigate rotondità e flessuose sfumature ("Refusal" o la straordinaria "End Of State" divisa in tre parti).
Anche quando l'urgenza si fa più impellente ("Now - Part I") o l'improvvisazione si fa più tagliente e ostica ("What You Will Loose, As All Are Lost"), c'è sempre un'idea di fondo che fa rimanere in piedi l'impalcatura senza far cadere tutto a terra. "Stateless" è un flusso di coscienza. La sensazione è simile al risveglio dopo una notte in cui abbiamo sognato cose molto diverse tra loro, magari non ricordiamo le sfumature, ma ci rimane una sensazione coinvolgente nella sua totalità.

Tashi Dorji ha creato con "Stateless" un mondo irrequieto e scuro, sia musicalmente che visivamente. Un mondo che incarna perfettamente le sensazioni che questo anno terribile ha lasciato inevitabilmente in ciascuno di noi. Ma allo stesso tempo la sua chitarra acustica vuole aprire un canale di comunicazione, un messaggio di speranza: che il sentirsi in qualche modo apolide possa portare a una continua ricerca, anche irrequieta come la sua musica, capace di scardinare molte convenzioni gerarchiche e capitaliste. Per dirla come una delle sue tracce: un frutto in continua crescita, capace di frantumare il guscio del vecchio mondo che ci piace sempre meno ogni giorno che passa.

(22/12/2020)



  • Tracklist
  1. Refusal – Part I 
  2. Refusal – Part II
  3. Statues Crumble, Heroes Fall
  4. End Of State – Part I 
  5. End Of State – Part II 
  6. End Of State – Part III
  7. What You Will Loose, As All Are Lost
  8. The Swelling Fruit About To Shatter The Husk Of The Old World
  9. Now – Part I
  10. Now – Part II




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