Alan Vega

Mutator

2021 (Sacred Bones) | art-rock, avantgarde, synth-pop

A circa cinque anni dalla morte del carismatico leader del duo Suicide (con Martin Rev), si aprono gli archivi dei materiali registrati e non ancora pubblicati, quei vault pieni di take ed edit che cercheranno di catturare a posteriori, in maniera laicamente agiografica, l’anima di una personalità fondamentale per l’art-rock. In “The Downtown Book. The New York Art Scene 1974-1984”, libro curato da Marvin J. Taylor, Lydia Lunch ricorda il ruolo centrale dei Suicide in quel programmatico azzeramento della tradizione rock operato dalla no wave, richiamato anche da Simon Reynolds in “Post-Punk 1978-1984”. Tutto avvenne quasi all’interno di una sola porzione di quartiere, l’East Village a Manhattan, in una manciata di anni in cui germinavano i generi rock di avanguardia e si rincorrevano sulle fanzine i modi per trattenere certe sonorità: punk, post-punk, new wave, no wave.

Ed è esattamente questo che riemerge oggi fin dai primi suoni disturbanti di “Mutator”, album registrato tra il 1995 e il 1996 nello studio privato dell’artista a New York: l’oscurità di un mondo oltre ogni confine colto in un fragore metropolitano intriso di follia, instabilità, inquietudine e di suoni non concilia(n)ti di synth cupi e sfrangiati, quasi drones, che sembrano emessi dal subconscio. Musicista e archivista di Vega è la moglie Liz Lamere, che ha collaborato anche alla realizzazione di queste otto tracce mixate da Jared Artaud (Vacant Lots), con cui Vega aveva realizzato l’ultimo album “IT” (Fader Label, 2017).

Troviamo synth-pop e deformazioni dei Kraftwerk (“Fist”), dream-pop e incubi lynchiani (“Samurai”), dark e noise (“Nike Soldier”), industrial e sermoni (“Muscles”, “Filthy”) tra profano (“Trinity”) e sacro (“Psalm 68”). Sono esperimenti coi suoni rispetto alla loro capacità immaginativa, in cui i synth diventano noise generator e futuristici intonarumori. Chiude l’album in maniera enigmatica la distopia elettronica quasi euforica di “Breathe”.

“Mutator” è un ascolto destabilizzante, come ci ha abituato da sempre l’artista newyorkese, coerente con la sua opera e con un’idea di arte totalizzante che vuole scuotere e interpretare i presagi più neri dal futuro.

(03/01/2022)

  • Tracklist
  1. Trinity
  2. Fist
  3. Muscles
  4. Samurai
  5. Filthy
  6. Nike Soldier
  7. Psalm 68
  8. Breathe
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