Karoline Wallace

Stiklinger

2021 (ra Fonogram) | avantgarde-jazz, vocal-jazz

L’arte dell’improvvisazione jazz applicata alla potenzialità del canto, della voce.
Un gemellaggio apparentemente già noto, ma c’è ben poco di ordinario nel secondo album della norvegese Karoline Wallace.

Dopo i primi passi mossi con i Molecules, la cantante e compositrice di Copenaghen si avventura in paesaggi sonori innovativi, originali, sceneggiati con un ensemble di otto elementi, la voce smarrita tra assonanze e dissonanze, un'estensione che copre più ottave, acuti al limite dell’operistica, ma soprattutto una forza comunicativa che lascia senza fiato. “Stiklinger” è un album ispirato alla biodiversità nella natura, all’arte del giardinaggio della nonna dell’autrice. Un mondo di talee e innesti che sono elementi affini alla ricca biodiversità di questi trentasette minuti di catarsi sonoro/onirica.

Dopo l’album dedicato alla poesia e alle gioie dell’inverno norvegese “Lang Winter”, Wallace cattura ancora una volta il fascino della natura attraverso composizioni ricche di inventiva. I ritagli (stiklinger in norvegese) sono spunto per spericolati collage di poesia, improvvisazione e perizia tecnica, sia strumentale che vocale, mai fine a se stessa.
L’irruenza accennata dalle note del sax di Jonas Engel che introduce la digressione free-jazz di “Tri Loopår” è catarsi pura, gemiti vocali e ambient-noise disgregano la materia base del brano, aprendo le porte a scampoli di progressive, art-folk e caos.

Sono l’espressionismo e l’astrattismo, codificato in linguaggio sonoro, la vera essenza creativa che sta alla base della musica di Wallace. L’accenno più lirico che introduce l’ascoltatore all’interno dell’evanescente “Plis Rosalin” è come il canto delle sirene, prima dolce e ammaliante appena disturbato da un pizzicare d’archi, percussioni e noise prendono poi il sopravvento, la voce diventa astratta e dissonante, lasciando al sax il prosieguo armonico, sempre più selvaggio e avvolgente, mentre la voce di Karoline si fa tagliente e affilata come una lama.
E’ una musica ambiziosa ma priva di fronzoli, quella dell’artista norvegese, perfino spirituale, quando tra accordi saltellanti di piano, minimalismi di sax e voce e sonorità sotterranee alla John Cage, creano l’affascinate contrappunto tra canto e discanto di “Rosehus”, o l’onirico duello tra carillon e pianoforte di “Om Du E 1.60 Høy?”, che fa da cornice alle voci provenienti da alcune registrazioni effettuate dai genitori dell’artista, durante un viaggio in Asia nel 1986.

E’ un’esperienza unica, l’ascolto di “Stilinger”. Ancor più intensa quando Wallace mette le ali e, come fata errante, sposa la delicatezza del folk, l’intensità dell’astrattismo, la magia straniante della musica modale, dando linfa a un piccolo gioiellino folk-jazz dalle atmosfere esotiche e diafane (“Ett Er Nødigt”).
A voler richiamare le premesse dell’album, il nuovo album di Karoline Wallace è un tributo alla fertilità, quella naturale rappresentata dalle gardenie in copertina, o quella che ispira l’originale collage post-moderno dell’autrice, che non a caso affida ancora una volta a registrazioni di conversazioni domestiche (“Nei, Karoline, Nå Kommer Sola”), l’atto finale di un album, che mette insieme immaginazione, poesia e innovazione espressiva.

(17/07/2021)

  • Tracklist
  1. Rosehus
  2. Tri Loopår
  3. Plis Rosalin
  4. Om Du E 1.60 Høy?
  5. Ett Er Nødigt
  6. Nei, Karoline, Nå Kommer Sola




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