Sturle Dagsland

Sturle Dagsland

2021 (Self-released) | experimental, avant-folk

Lo senti il richiamo della natura? Il suo grido spazzato dal vento, che increspa l'acqua dei laghi, scuote gli abeti, spinge gli animali alla caccia? Cosa? È troppo ruvido? Ti aspettavi per caso qualche scenario da Arcadia ben oltre il tempo massimo? Quale ingenuità! Mettila da parte, lasciala per i poeti privi di immaginazione, ché qui si fa decisamente sul serio, la ferocia che cogli ha zanne e artigli, può ferirti se non presti attenzione.
Come dici? È un uomo ad aver concepito un simile disegno? Come se anche gli esseri umani non fossero animali, non seguissero il destino mutevole del proprio istinto. Certo, potranno chiamarsi pure Sturle Dagsland, possedere una voce con la quale plasmare universi interi e disporre di un gusto sonoro che fa a pezzi ogni convenzione, mischiando tradizione joik, ascendenze neofolk, attitudini progressive, elettronica e tanto altro in un magma inestricabile. Se però la terra ti reclama, sottrarsi al suo invito è impossibile, e finire a immergersi in qualche stagno è un attimo. Documentare il processo, l'inevitabile abbandono del dato più umano, si rende quindi irresistibile.

Nella sua peregrinazione, lo sciamano Sturle non è da solo: ad accompagnarlo giunge il fratello Sjun, di più miti consigli, ma non meno deciso a immergersi in questo imponderabile ritorno alla natura. Natura che raddoppia, quadruplica i contributi messi in campo, facendoli sembrare il risultato di un collettivo ben più ampio. La voce, vera protagonista di un viaggio non meno denso sotto il profilo sonoro, si fa ferina e femminea al tempo stesso, si suddivide in linee tra loro diversissime, ulula, digrigna, mugugna versi in una lingua inintelligibile, snocciola parole in un inglese che quasi non sembra più tale, sa essere melodica ed estrema con una facilità di gesto che ha dello sbalorditivo.
Come se il teatro di Mike Patton incontrasse gli antichi retaggi della cultura norrena e li infondesse di oscure venature giapponesi (titoli come “Kusanagi” e “Harajuku” parlano chiarissimo), il triangolo espressivo di Dagsland si muove instancabile, incrocia attitudini e registri col fare di una girandola impazzita, senza mai trovare un baricentro che duri oltre mezzo minuto.

Caos? Sì, eppure tutto è lavorato di fino, i brani non vagano mai seguendo l'ispirazione del momento. È anche per questo che la natura ferina dell'album arriva con simile dirompenza, porta a costanti soppesamenti di tensione che sanno assestare colpi durissimi. Merito di una gestione del suono che si divincola tra i tracciati vocali con la leggerezza del muschio e la potenza della tempesta, si concede parentesi estatiche come i Sigur Rós più rasserenati (le misteriose apparizioni acquatiche di “Harajuku”, i risvegli nella nebbia di “Dreaming”) e subito dopo tira fuori le grinfie, sconfinando addirittura in possibilità metal.
Sotto questo aspetto, la bizzarra elegia per archi e breakcore di “Blot”, quasi una traslazione “boschiva” del sound magmatico di Igorrr, rappresenta il fulcro di un cammino che non vuole concedere tregua, e quando lo fa è per la durata di un respiro.

E quindi, ancora avanti, menestrello errante, schiaccia la neve sotto ai tuoi piedi, lancia un altro grido alla luna. Come la stessa “Frenzy” dichiara, è di follia che si parla, e in paesaggi del genere, che senso ha porre un freno?

(16/05/2021)

  • Tracklist
  1. Kusanagi
  2. Harajuku
  3. Blot
  4. Tales Of Mist
  5. Waif
  6. Nyckelharpa
  7. Hulter Smulter
  8. Frenzy
  9. Wandering Minstrel
  10. Dreaming
  11. Noaidi




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