Interpol

The Other Side Of Make-Believe

2022 (Matador) | post-punk revival, dark-wave

Togliamoci subito il dente: il nuovo album degli Interpol è divisivo. C’è chi lo ama perché diverso da quanto ci si aspettava dai newyorkesi e chi, proprio per questo, lo trova indigesto, se non addirittura insulso. La verità è che “The Other Side Of Make-Believe” è un lavoro non immediato, che richiede all’ascoltatore un’attenzione costante e svariati ascolti per poter essere compreso. Solo allora sarà possibile coglierne la bellezza tra le crepe, piccole miniature solo in apparenza insignificanti su cui riversare attese, idee, speranze. Ma, più di ogni altra cosa, “The Other Side Of Make-Believe” è un lavoro imperfetto. Le melodie sono disadorne e spezzate, tant’è che alcuni brani sembra siano il frutto di ritagli e sforbiciate (“Greenwich” in modo particolare) e tutto è carico di uno spleen inestricabile.
C’è un qualcosa di tragico nel modo in cui suona la voce di Paul Banks qui, nella rivendicazione orgogliosa della sua vulnerabilità. Ma quello che poteva essere un punto di forza diventa una debolezza a causa del mix, che vede gli strumenti troppo alti rispetto alle tracce vocali, il che rende l’ascolto a tratti caotico; su speaker, la voce grave del cantante sembra ridursi a un mugugno indistinto registrato nella stanza accanto. Un problema non indifferente per il pubblico non audiofilo.

 

Già con “Toni”, primo singolo rilasciato ad aprile, gli Interpol avevano dichiarato di voler giocare a carte scoperte: pianoforte, sezione ritmica in primo piano, cantato crepuscolare e una melodia spoglia in cui la forma canzone viene parzialmente destrutturata. Sicuramente più vicino al repertorio classico della band, invece, l’altro singolo “Fables”, che pure introduce qualche elemento di novità e si fregia di uno dei testi più belli e puri del lotto.
Potrà sorprendere, ma il referente più evidente del disco sembra essere il jazz: lo si sente negli slapback delay presenti sia in chitarra che in batteria e nell’impostazione midtempo di gran parte dei brani. Non sorprende dunque che i pezzi che funzionano meglio siano proprio le ballate, da “Something Changed”, icastica rappresentazione della malinconia che non sfigurerebbe in un album dei National, alla richiesta d’aiuto di “Passenger”, passando per l’incantevole “Into The Night” e lo sfolgorio noir di “Big Shot City”.

Tra i pezzi più dinamici, spicca “Gran Hotel”, che riesce nell’intento di portarci tra le strade di Cozumel insieme a Paul Banks - qua finalmente più energico -  e di infondere alla sua (e nostra) malinconia una nuova tenacia.
“Mr Credit”, con il riff rubato a “Rest My Chemistry”, sembra già essere uno dei brani più amati del disco, ma qua Kessler, pur se sempre impeccabile con i consueti riff staccati, mostra una ripetitività già presente in altri momenti del disco. Vicina alle sonorità di “Antics” e senza disdegnare echi dei Pixies, fa meglio l’ottima “Renegade Heards”. 

Su “The Other Side Of Make-Believe” si stagliano, per certi versi, le ombre del dimenticato self-titled del 2010: esattamente come accadeva in “Interpol”, infatti, le canzoni si muovono orizzontalmente, non vanno alla ricerca di climax, di picchi emotivi e musicali vertiginosi. La loro costruzione incede per piccoli suggerimenti, tant’è che a tratti sembrano girare in tondo senza una meta precisa, pur se guidate da una pervicace armonia interiore lontana da didascalismi e stilemi consolidati. Eppure non si può non riconoscere ai newyorkesi il coraggio di uscire dal seminato e di essere ancora in grado di scrivere canzoni decadenti e sbilenche, fedeli a quel leit-motiv ripetuto fino alla spasimo in “Renegade Hearts” e soffocato in un guitar noodling assordante: “Make escape art”.

(20/07/2022)

  • Tracklist
  1. Toni
  2. Fables
  3. Into The Night
  4. Mr. Credit
  5. Something Changed
  6. Renegade Hearts
  7. Passenger
  8. Greenwich
  9. Gran Hotel
  10. Big Shot City
  11. Go Easy (Palermo)




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