Interpol

Interpol

2010 (Matador) | dark-wave

Che gli Interpol siano riusciti a catturare gli umori più cupi dell'underground newyorkese è innegabile. L'ondata di revivalismo wave del decennio appena trascorso è un parto la cui genitrice è facilmente rintracciabile nella band di Banks e soci. Al parto tuttavia dovrebbe seguire una crescita, una maturazione. Crogiolarsi nella bellezza del primo atto può risultare pericoloso; invece sembra proprio che la band di New York sia caduta in un buco dal quale la risalita, qualunque essa sia, scontenterebbe comunque qualcuno.
Al fulminante esordio sono infatti seguiti lavori non certo clamorosi. Questo self-titled - non casuale la scelta, un ritorno ai suoni delle origini - segna nel contempo un passo avanti e uno indietro, o se preferite un atteggiamento decisamente più dark, che tuttavia cozza con un'ispirazione e una capacità di dare lustro alle canzoni sempre più affievolite.

Venuto meno dopo le registrazioni il contributo dello storico bassista Carlos D., rimpiazzato in sede live dall'onnipresente David Pajo, la band licenzia un disco che recupera lo spleen decadente dell'esordio, ma lo fa senza una costruzione precisa, graffiando poco nel complesso. Uno degli elementi che maggiormente salta all'orecchio è la voce di Banks, invecchiata, non più tonante e imperiosa. E i tagli di chitarre e la batteria di Fogarino marcano il disagio di una forma canzone che quasi mai arriva a toccare vette importanti, perdendosi in meandri un po' impalpabili.
Benché buoni episodi non manchino, non vi sono più climax verticali e impennate emozionali dalle quali lasciarsi trascinare. Non c'è una "Pda", una "Obstacle 1", né un riff davvero indimenticabile o un basso da incorniciare. Un'aura di anonimato permea i tre quarti d'ora del lavoro. Il mood cupo e risoluto si illumina in "Lights", ove emerge con forza uno spleen tiepido dall'incedere lento, che allunga la falcata come nei tempi migliori. Il secondo singolo scelto, "Barricade", sembra uscito dalle b-side di "Antics", "Safe Without" e "Sucess", pur non malvage, viaggiano su binari già battuti senza davvero riuscire a coinvolgere.

"Summer Well" riesce a farsi canticchiare, con un azzeccato giro di basso e un bel lavoro al drumming, ma la vera sopresa di questo "Interpol" è senza dubbio l'affascinante "Always Malaise (The Man I Am)": elegia declamata quasi in spoken word nel ritornello, archi in accompagnamento, basso febbrile, pianoforte a tratti e un effetto straniante complessivo. Gli scuri landscape di "All Of The Ways", non prima del convincente incedere di "Try It On", aprono le porte alla conclusiva "The Undoing", che non riesce a esplodere, perdendosi in una magniloquenza fine a se stessa.

La sensazione generale è quella di una band che, sebbene riesca ancora a tirare fuori ottime canzoni, abbia l'acqua alla gola. L'album più scuro e introspettivo della sua carriera non fa altro che acuire la sensazione di un gruppo che è riuscito a vivere di rendita rispetto allo sfavillante esordio, senza mai licenziare dischi veramente brutti, ma senza riuscire più elevarsi al di sopra di una sufficienza o giù di lì.

(08/09/2010)



  • Tracklist
  1. Success
  2. Memory Serves
  3. Summer Well
  4. Lights
  5. Barricade
  6. Always Malaise (The Man I Am)
  7. Safe Without
  8. Try It On
  9. All Of The Ways
  10. The Undoing
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