Michael Head & The Red Elastic Band

Dear Scott

2022 (Modern Sky) | avant-pop

Nonostante il futuro della musica appartenga sempre di più al formato liquido, il vinile è riuscito a ritagliarsi uno spazio anche tra i più giovani. E' però complesso rendere comprensibile alle nuove generazioni quell’emozione che ci attanagliava entrando in un negozio di dischi o aprendo il mitico pacco di dischi provenienti dall’Inghilterra o dall’America.
Il mio primo incontro con la musica di Michael Head è legato ad uno di questi ricordi, a un pacchetto con tre mix consegnatomi in mattinata e subito aperto con fervore ed eccitazione: negli anni 80 il dodici pollici, formato in precedenza appannaggio della disco-music, era diventato uno dei veicoli prediletti dalle nuove band new wave, punk e pop. Prefab Sprout (“Lions In My Own Garden/The Devils Has All The Best Tunes”), Smiths (“This Charming Man”) e Pale Fountains (“Unless”), questo lo sconvolgente contenuto di quell’apparentemente innocuo involucro di cartone, che condizionò la mia passione per la musica. La sorte fu benevola per le prime due band: successo e plauso critico non furono negati né al gruppo di Paddy McAloon né al prezioso sodalizio creativo di Johnny Marr e Morrissey. Ben diversa la storia della band di Michael Head, Pale Fountains, che non andò oltre il mesto successo di un brano “Thank You” (al n.48 dei singoli in Uk), non fu più fortunata l’avventura sotto il nome di Shack e con un nuovo set di musicisti: prima un incendio degli studi di registrazione dove era stato prodotto il secondo album del gruppo (“Waterpistol”) ed in seguito i problemi di dipendenza da alcol ed eroina di Head ne segnarono il destino.

Nelle successive cronache discografiche, il nome Shack è ritornato spesso, tra benevolenza critica, apprezzamento da parte di colleghi famosi e, purtroppo, indifferenza del pubblico. L’anno 1997 segna un ulteriore passo per Head: fuori dal circuito perverso delle dipendenze, realizza un altro piccolo gioiellino con una nuova band, The Strands: “The Magical World Of The Strands“.
Ci sono voluti altri vent’anni per il ritorno discografico di Michael William Head, “Adios Senor Pussycat” è stato il primo album della completa sobrietà per il musicista di Liverpool, un altro capitolo destinato all’universo degli album di culto. Per il suo decimo progetto discografico, il musicista rinnova il sodalizio con la Red Elastic Band, le uniche novità riguardano il contributo di Bill Ryder-Jones al banco di produzione e la firma con una nuova etichetta.
Nessuna evidente svolta o innovazione stilistica per “Dear Scott”: l’amore per i Love e i Byrds, la passione per le orchestrazioni alla Burt Bacharach, la sensualità tipica del sound Motown e quel malinconico accenno di saudade sono ancora le materie prime di un disco che lascia senza fiato.

Anticipato con il titolo provvisorio di “The Garden Of Allah”, l’album è ispirato alla figura di Francis Scott Fitzgerald ed è spontaneo chiedersi se il musicista non abbia scorto negli ultimi anni di vita del famoso scrittore qualche affinità emotiva e psicologica. Merito forse della produzione di Bill Ryder-Jones e di un’ispirazione mai così fluida ed estroversa, “Dear Scott” non è un disco destinato a restare appannaggio di pochi eletti. Le ombre e le incertezze, che impedivano alla musica dell’artista di Liverpool di entrare in totale empatia con l’ascoltatore, sono scomparse, le canzoni sono spaccati poetici di una quotidianità fatta di piccole gioie - il rapporto tra padre e figlia, la ritrovata serenità mentale e salute fisica, persone comuni e involontari eroi - il tutto raccontato con un’energia lirica che la musica pop inglese sembra aver smarrito da molti decenni. 
Il vigore lirico e armonico di queste dodici nuove canzoni è potente e puro: accordi chitarristici che si intrecciano e scorrono come una cascata, introducendo preziosi residui di flamenco-rock (il corpo centrale della languida “Fluke”) oppure asservendoli a comprimarie divagazioni strumentali di incisive esternazioni jangle-pop, che non negano un graffio chitarristico in luogo di un fulgido assolo (“Kismet”).

Le ariose orchestrazioni e gli intrecci di tromba alla Pale Fountains riconquistano centralità e fulgore, contaminati da scampoli r&b nell’inarrestabile “Broken Beauty” o vengono restituiti alle antiche vestigia notturne nella magica e onirica cantilena noir di “The Grass” e nel lieve passo folk-pop di “American Kid”. Il tono più colloquiale regala inattese variazioni sul tema chamber-pop (lo splendido interludio strumentale di “Grace And Eddie”), mentre gli eleganti barocchismi che si evolvono su tempi jazz donano un originale folk-r&b degno dei migliori Orange Juice (“Gino And Rico”). La voce di Head è come un faro nel buio, uno strumento guida che aiuta l’ascoltatore ad entrare in piena sintonia con le leggiadrie alla Bacharach di “The Next Day“, con il tocco gentile di fingerpicking di “Freedom” o con le irresistibili vibrazioni britpop di “Pretty Child”.

Quello che contraddistingue “Dear Scott” da qualsiasi altra cosa prodotta fino ad oggi da Michael Head è la visione d’insieme del progetto, più simile a un film che a una raccolta di immagini. Poi basta abbandonarsi alla struggente laboriosità armonica e strumentale di “The Ten” per rendersi conto dell’unicità di un artista che adesso merita, senza indugio alcuno, tutta quell’attenzione che il fato gli ha finora negato.

(01/06/2022)

  • Tracklist
  1. Kismet
  2. Broken Beauty
  3. The Next Day
  4. Freedom
  5. American Kid
  6. Grace And Eddie
  7. Fluke
  8. Gino And Rico
  9. The Grass
  10. The Ten
  11. Pretty Child
  12. Shirls Ghost




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