Il legame tra concettualità e arte è antropologico, caratterizzato da quel sentire comune che sembra essere all’origine del pensiero e delle forme espressive, religiose e artistiche dell’essere umano. L’innata convinzione dei nostri antenati che dopo la morte l’anima sopravviva al corpo ha trovato nella rappresentazione per immagini e sculture molteplici fisionomie artistiche, ma l’arte rupestre è anche oggetto di trattati di archeoacustica. La presenza di strani strumenti musicali e di figure danzanti in antichi manufatti e disegni evidenzia radici profonde di quel patrimonio creativo che oggi chiamiamo semplicemente musica, e che in passato era espressione concettuale e culturale. E’ dunque imprescindibile per qualsiasi forma d’arte contemporanea avere profonde radici nel passato, in quel patrimonio che si ama definire tradizionale e che spesso nell’immaginario viene consolidato in una staticità espressiva che continua a rappresentare il folk come musica del passato.
L’arte musicale, al pari di quella figurativa, è un immenso archivio di ciò che eravamo, di quel che siamo e di come saremo. L’evoluzione del folk verso l’avanguardia e la contemporaneità ha trovato negli ultimi tempi molteplici morfologie creative: non a caso, uno degli album più validi dell’anno in corso resta l’ultimo progetto dei Lankum. In questo contesto si inserisce il nuovo singolare disco di Anjimile, “The King”. Dietro le tenebrose, dolenti e quasi minacciose esternazioni strumentali e vocali si palesa la volontà del cantautore di rappresentare l’oscurità dei tempi correnti con un linguaggio new folk.
La tragedia del Covid-19, l’angoscia esistenziale, l’incubo della guerra, la disgregazione della famiglia, le continue violazioni di diritti fondamentali e la feroce repressione della popolazione nera americana sono il trait d’union di un lavoro potente e stridente.
“The King” è un album che racconta la rinascita spirituale di Anjimile: fede e redenzione sono il punto di partenza per il riscatto emotivo e sociale degli oppressi e dei perseguitati, un messaggio rivolto a tutti coloro che ancora soffrono e accumulano rabbia per la loro condizione di diversi; basti pensare che ancora oggi neri e trans sono costantemente minacciati per la loro identità.
Nel vestire queste preghiere quasi laiche, Anjimile fonde in un unico mosaico sonoro distorsioni chitarristiche, cori angelici, infinite variazioni sul tema folk, immersioni nell’elettronica e nel minimalismo avantgarde e perfino nell’opera lirica. Quel che sorprende è che nella complessa genesi di “The King” gli strumenti coinvolti siano ben pochi: chitarra e voce sono le vere protagoniste, entrambe alterate e corrotte da sonorità che perdono la loro matrice originale per uno stimolante inabissamento nell’oscurità più greve.
Il quinto album di Anjimile Chithambo, il primo per la 4AD e stranamente solo il secondo per gran parte della stampa, è un progetto ambizioso e ricco di intuizioni. La title track non solo apre le danze, ma svela una delle fonti d’ispirazione dell’artista. La voce di Anjimile si distende sulle ipnotiche note di “Vessel”, un brano tratto dall’album di Philip Glass “Koyaanisqatsi”, archetipo sonoro di quella bellezza che l’artista insegue con successo, pur contando sul solo ausilio di un set di chitarre abilmente modulate fino a perdere la loro configurazione originaria, e della voce calda ed evocativa, che a tratti ricorda Hayden Thorpe.
E’ in tal senso esemplare il singolo “Animal”, un groove aguzzo e rabbioso, scandito dall’incedere ritmico della chitarra e da uno straziante atto di protesta contro la violenza razziale; ancora più intrigante è il sofisticato sistema di filtraggio delle percussioni brevettato per “Black Hole” (collabora James Krivchenia dei Big Thief), realizzato attraverso dei microfoni posizionati sulla chitarra posta a tergo delle percussioni, Anjimile intona con toni flebile una melodia che sembra rubata ai Gentle Giant di “Aquiring The Taste”, l’effetto è non solo straniante ma sensualmente ardente e inquieto.
L’aliena ninnananna accennata da una sparuta incursione del piano in “Genesis” è turbata da eguale ardore creativo e tecnico: Sam Gendel infetta il suo sax Midi con campionature di chitarre elettriche, accennando un timido assolo sul finale che per un attimo evoca le recenti prove dei Low.
“Mother e “Father” sono i brani più ordinari, tratteggiati su evoluzioni folk che nella loro apparente semplicità convivono con alterazioni post-rock (“Mother”) e abili arpeggi crepuscolari (“Father”), atmosfere che rifioriscono nella più spirituale “Anybody”, un altro brano in cui Anjimile racconta il complesso rapporto con i genitori. Musicalmente “The King” è come un gigantesco caleidoscopio dove pochi elementi creano una struttura cangiante, ne è esempio lampante “Harley”, un brano dove chitarre abilmente modulate annullano la dimensione spazio-temporale confondendo il riverbero delle corde in tratteggi elettronici adornati da una rigogliosa poetica noir e sentimentale.
I dieci tasselli del nuovo album di Anjimile sono perfettamente incastonati in una sequenza che offre una fluidità emotiva impressionante. Alle efficaci accordature della cupa ballata folk “I Pray” spetta infine il compito di convogliare con affabile semplicità tutte le suggestioni antecedenti verso i quattro minuti risolutivi di “The Right”, un aulico vortice creato da un coro di voci dove il canto tremulo si destreggia tra graffi noise e distorsioni armoniche per poi far ritorno su sparuti accordi acustici, che se da un lato rimarcano il legame con la tradizione folk, nello stesso tempo sottolineano l’avvincente modernità di “The King”.
04/10/2023