Del potere curativo della musica, della sua capacità di influenzare lo spirito, si parla dalla notte dei tempi, da quando i primi uomini delle caverne hanno colto le potenzialità insite nel suono e lo hanno sfruttato nei loro rituali. Nel corso del millenni e con l’ovvia sofisticazione dei mezzi e degli apparati a disposizione, la forza guaritrice della seconda arte non è mai stata dimenticata, ha solo trovato nuovi veicoli per toccare le pieghe dell’anima e modularne la ripresa. Eccellente interprete di uno degli strumenti più antichi del mondo, la flautista franco-siriana Naïssam Jalal è da sempre in contatto con le sue caratteristiche più trascendenti, riassume la ricchissima eredità di un fitto viavai di tradizioni che in esso hanno visto un tramite comunicativo essenziale. Figlio di un’ospedalizzazione vissuta dalla musicista, “Healing Rituals” esplicita sin dal titolo la natura terapeutica dell’album, porta alle estreme conseguenze la natura spirituale insita nella ricerca artistica di Jalal, padrona di un linguaggio medi-jazz dal sottile ma perentorio carisma.
A coordinamento di un affiatato quartetto che ne accompagna gli sforzi (Clément Petit al violoncello, Claude Tchamitchian al contrabbasso, Zaza Desiderio alla batteria), l’artista firma otto rituali, otto manifestazioni di gratitudine verso la natura, il mondo non-umano che l’ha ispirata e ne ha facilitato il percorso di guarigione. La luna, il vento, la terra, la foschia: con la giusta predisposizione e la dovuta risonanza emotiva, tutto può concorrere a riabilitare il “corpo traditore”, a consentire una mitigazione della sofferenza e favorire il superamento della malattia. In un tripudio immaginativo che amplifica la polivalenza espressiva della musicista, i riti qui raccolti ribadiscono la forza di un lessico che sì parte dal jazz, ma che nella sostanza abbraccia il bacino mediterraneo nel suo insieme, spostandosi dall’Egitto alla Siria, dalla Grecia all’Andalusia senza battere ciglio, in un continuum di rara eleganza.
Già “Rituel de vent” si erge a manifesto, l’aprirsi di una delicata melodia vocale è la perfetta accoglienza all’impeto creativo dei quattro musicisti, la presentazione di un suono che si fa natura, si esemplifica nel soggetto dei rituali. Col fluttuare del violoncello e la foga del flauto a reggere tutta la seconda metà del brano, viene facile pensare alla forza delle correnti, a nuvole che rapide gettano ombre sul paesaggio sottostante. Anche quando i toni si placano, a suggerire placidi scorci marini catturati di notte (“Rituel de la rivière”) o morbidi declivi illuminati dal sole (“Rituel du soleil”), non viene mai meno l’appassionato carico espressivo del quartetto, la virtuosa malleabilità delle esecuzioni. Un po’ alla maniera dei rituali che misero in mostra le doti di un altro flautista, Stelios Romaliadis, il sottile gioco di tensioni tra il carattere antico dei motivi melodici e l’assetto più moderno della strumentazione dona ai vari brani un afflato allo stesso tempo sanguigno e contemplativo, magico e terreno, l’affascinante posarsi dello sguardo umano sull’eterna ciclicità della natura.
Tra vibranti simulazioni di uccelli tra i rami in “Rituel de la fôret” (il momento più dinamico e percussivo del lotto), improvviste folate di vento sulla brughiera (“Rituel des collines”), inni all’energia ristoratrice della notte (“Rituel de la lune”), gli sparuti interventi vocali di Jalal, mai intrappolati nelle maglie della parola, appaiono chiari nel loro intento. Come a voler esortare il dato naturale, a pregarlo per restituire il vigore perduto, la voce comunica tutto il senso di mistero, la profonda comunione di spirito con l’ambiente circostante, alla ricerca di un’energia altrimenti irrecuperabile. Commossi e intensi, i rituali qui presenti sono pronti a fornirvi tutto il sostegno necessario.
13/12/2023