Every feeling is a wire. La pandemia ha lasciato strascichi e cicatrici nelle vite e negli animi delle persone, e ciò che è rimasto più impresso è stato il senso di isolamento e solitudine sperimentato con le chiusure. "An Inbuilt Fault", seconda opera di Will Westerman, prende il via proprio da quel periodo tra il 2020 e il 2021, durante il quale l'artista si trovava in Italia. Co-prodotto insieme a James Krivchenia, batterista dei Big Thief, l'album si muove su sentieri sonori diversi rispetto al buon debut "Your Hero Is Not Dead": se il precedente capitolo era rivolto verso atmosfere tra folk e soft-rock, stavolta il cantautore inglese sceglie derive art-pop più incisive e asciutte, includendo arie jazz e dettagli pop tra anni Ottanta e Novanta, adottando un metodo di lavoro differente e occupandosi in prima persona dei vari processi di programmazione, tra sintesi di groove e loop. Le liriche dal forte carattere autobiografico riflettono gli studi e la sensibilità classica dell'artista britannico.
Il sipario si alza sulla riflessiva "Give", tra echi r&b e white soul, posti in evidenza dalla bassline e dal cantato di Will, e accompagnati da sottili archi sintetici; proseguendo sulle note della pseudo-ballad dominata da ottoni e una chitarra acustica "Idol; RE-run", che segna il punto di rottura raggiunto dalle istituzioni nei confronti della società attuale. In "I, Catallus." a spiccare sono la sezione ritmica, i barlumi dei synth di fine Eighties e la solennità dei cori sovraincisi, il tutto coronato nel finale da pochi appunti di piano, mentre "CSI: Petralona" presenta un andamento concitato affidato a guizzi di chitarra folk, ai quali se ne affiancano di più sintetici nella seconda metà della traccia.
I needed help
Help didn't help at all
I only had myself
Now even that feels so ephemeral
A segnare la metà del disco è la direzione pop orchestrale intrapresa da "Help Didn't Help At All", caratterizzata dai vocalizzi di Westerman ed Erin Birgy, conosciuta dal pubblico come Mega Bog, e da un passo jazzato, cedendo il posto a uno dei brani di spicco, "A Lens Turning". La traccia include una lunga intro con ritmi sovrapposti di rimando alla corrente Madchester in primo piano e l'uso di una jangle guitar intrecciata ai sintetizzatori, in una struttura che rievoca il pop anni Ottanta di Simple Minds e Talk Talk.
"Take", brano complementare all'opener, indaga ancora i rapporti umani e torna in zona jazz/sophisti-pop con piano e basso in vista, a cui fanno seguito le trame country-folk della title track "An Inbuilt Fault", intessute da maracas, cori a cappella, archi, piano e chitarra. Il cerchio si chiude sul mood anni Novanta in zona britpop à-la Verve della migliore "Pilot Was A Dancer", in un caos finale di archi taglienti e distorti, e ottoni.
Equilibrato, introspettivo e di ampio respiro filosofico, "An Inbuilt Fault" mostra nuove sfaccettature del modo di scrivere pregevole di Westerman, oltre alla volontà di ampliare gradualmente il suo carnetdi panorami sonori, riconfermandolo un artista pieno di risorse e dalla discreta versatilità, dal quale potersi aspettare molto in futuro.