Prima della musica, il canto, la voce: ancestrale e primigenia forma d’arte ispirata dall’innata spiritualità umana. L’esordio più originale e suggestivo degli ultimi anni è tutto racchiuso nella voce, nella destrutturazione potente e nella stratificazione scrupolosa del canto. Opera prima della ventunenne Anastasia Coope, “Darning Woman” mette in sincrono concetti apparentemente antitetici, come terrore e bellezza. Poco più di ventuno minuti che scarnificano il concetto di freak-folk e profanano la sacralità di temi come amore e morte.
Si racconta che alcune di queste canzoni si avvicinino al secolo di vita e che Coope le abbia riesumate durante cerimonie pagane (“Sounds Of A Giddy Woman”). Sono in verità poche le informazioni che hanno anticipato la pubblicazione del disco: sparute note sul web, un curriculum in cui le arti visive prevalgono su quelle musicali, una ricerca antropologica sul canto come forma di divinazione e di autodeterminazione spirituale e fisica.
Lo spazio diventa luogo immaginario e concreto, dove il vibrare della voce, i lagnosi gorgheggi, il caos iniettato da graffi chitarristici, la moltiplicazione delle voci che emula la polifonia e ne scardina le regole diventano un tutt’uno in corpi solidi che è naturale definire canzoni: “He Is On His Way Home, We Don’t Live Together”. L’innovativa tecnica che Coope utilizza per moltiplicare la propria voce e stratificarla senza privarla di intensità emotiva tiene alta la potenza armonica delle pur brevi composizioni.
Il quasi sacro cantilenare a mo’ di campane a festa di “What Doesn’t Work What Does” e la ninna nanna che funge da title track sono attimi di leggerezza in un mare di voci e cori che celebra dolori e tormenti della musica popolare. La ritualità magica e arcana di “Darning Woman” affiora tra madrigali dove dibattono angeli e demoni (“Sorghum”) o nelle più laconiche armonie di una filastrocca che sembra uscire dall’album di Molly Drake (“Woke Up No Feet”).
Che l’ultima traccia “Return To Room” accenni a un sommesso ingresso di pianoforte e strumenti a fiato non corrompe lo stile folk impressionista di Anastasia Coope, un’artista che non ha timore nel presentarsi nuda e cruda come novella Brigitte Fontaine o Yoko Ono. Il suo è un esordio impressionante, forse disturbante, ma senza dubbio non ingannevole o subdolo. Un progetto che potrebbe essere descritto con una moltitudine di parole e associazioni lessicali forbite e auliche, ma nulla è immediato o facile in questo esordio: prendere o lasciare.
17/06/2024