Dietro ogni album di Catherine Graindorge c’è una ragguardevole autorevolezza concettuale. La violoncellista e violinista belga (in quest’ultimo album alle prese anche con un harmonium), conosciuta per le importanti collaborazioni con Nick Cave, Iggy Pop e Mark Lanegan, questa volta prende ispirazione dalla mitologia greca e dalla cultura della beat generation. Il vincolo tra i due mondi è connesso al concetto della morte, della resurrezione attraverso il sogno. Al centro c’è la drammatica storia di Joan Wollmer – moglie di William Burroughs morta in circostanze raccapriccianti, uccisa con un colpo alla testa dal marito improvvisatosi emulo di Guglielmo Tell – e il mito di Orfeo ed Euridice.
Progetto ancor più inquieto del precedente album “Eldorado“, il nuovo lavoro di Graindorge si nutre dello stridente contrasto tra realtà e sogno, tra amore e morte. Il fido collaboratore Simon Ho, Pascal Humbert (16 Horsepower, Lilium, Détroit) al contrabbasso e Simon Huw Jones (And Also The Trees) alla voce sono i compagni di viaggio di questo malinconico e funebre excursus modern classical e post-rock della musicista belga.
Archi, violino, cori e spoken word dettano subito le coordinate dell’album (“Eurydice”), affidando al seguito un crescendo strumentale dai toni sapientemente minimali, dove fanno capolino arie orientaleggianti adagiate su pattern elettronici e sonorità vocali e strumentali ingannevolmente angeliche (“The Unvisited Garden”) e uno slancio quasi rock dall’impronta decisamente dark che rimanda a Nick Cave, anche per le similitudini vocali di Simon Huw Jones con il cantautore australiano.
Le variazioni sul tema sono tutte pregnanti: la voce di Catherine eleva tensione e magia in “Joan”, mentre Simon Huw Jones lascia filtrare residui di polvere e una sensazione d’imminente tragedia nel solenne recitato di “This Is A Dream”.
Il drammatico crescendo dell’album per un attimo sembra implodere nella ruvida e graffiante “Where The Buzzards Fly”, una tensione che l’ultima traccia, “Time Is Broken”, tenta di stemperare con un canto a tre voci (Simon, Catherine e sua figlia), nel tentativo di ridestare una flebile speranza che resta sospesa.
Nonostante l’abile narrazione di Catherine Graindorge attenui quei rimandi di stile che rischiano di inficiarne l’originalità, “Songs For The Dead” non gode di un allestimento sonoro del tutto all’altezza delle premesse. Oscuro e riflessivo, l’album della musicista belga merita attenzione e discernimento, ma difficilmente conquisterà favori al di fuori della cerchia degli appassionati del genere.
19/10/2024