Ed ecco spuntare all'improvviso l'album che non ti aspetti! Dopo mesi e mesi spesi nel cercare
the next big thing, a chiedersi se il ritorno dei
Cure valga più dell'ultimo
Fontaines Dc o se il progetto
The Smile sia solo l'ultima speranza per gli irriducibili fan dei
Radiohead, un inatteso e colorato manufatto sonoro si appresta a conquistare senza indugio un posto nell'animo indomito dell'ascoltatore compulsivo e sempre più distratto.
L'esordio dei Clearwater Swimmers è il "Trinity Sessions" dei tempi correnti, un disco agnostico, che trasuda una spiritualità che non conosce speranza, un album apparentemente affine al country-rock, che si nutre di angosce slowcore, dell'oscura malinconia dei
Red House Painters, della rabbia indolente dei Crazy Horse di
Neil Young, della poesia di
Elliott Smith e
Jason Molina, sputandola in faccia all'ascoltatore con un soffio che sembra un respiro.
"The Clearwater Swimmers" è il frutto di una passione coltivata a lungo, è l'incontro tra due anime artistiche gemelle che si sono intercettate grazie a uno scambio di mail e
demo.
Quando Sumner Bright (già operativo sotto il
moniker Twiches) si è trasferito dal Maine a New York, il chitarrista Sander Casale è rimasto impressionato dalla qualità delle pur grezze composizioni sparse nel web, ha quindi contattato Sumner coinvolgendolo in un progetto più articolato: registrare le canzoni con una vera e propria band per poi collaudarle nella dimensione live.
Con il batterista Timothy Graff e il bassista e cantante Connor Kennedy la formazione ha infine intrapreso un breve tour: l'intesa è stata fulminea, travolgente, le esibizioni
live sono cresciute a vista d'occhio e i Clearwater Swimmers hanno deciso di buttare giù in soli tre giorni queste dieci canzoni.
La voce rilassante eppur malinconicamente ruvida di Sumner Bright e le notevoli qualità del chitarrista Connor Kennedy sono carne e ossa di un disco solo apparentemente ordinario. A ciò si aggiunge una scrittura fortemente ispirata e un incastro vibrante tra le due chitarre, ed è subito magia.
Il potente country-rock di "Valley" apre le danze scivolando tra residui
southern ed echi dei
Doors, che esplodono nell'incandescente duello chitarristico finale tra Sumner e Connor.
Questo felice connubio tra qualità vocali e intensità musicale è ancora più evidente nella breve ma intensa "River", un compendio slowcore che tocchi cristallini di chitarra squarciano con eleganza, evocando le pagine migliori dei
Silver Jews. Se il paragone con Red House Painters ed Elliott Smith sembra azzardato, basta immergersi nelle trame pianistiche di "Let Us Be Strangers" o nelle aspre note di chitarra acustica di "Radiant" per scacciare via le perplessità.
Il passo ritmico più deciso del singolo che ha anticipato l'album, "Heaven's Bar", per un attimo rimanda ai migliori
Drive By Truckers, ma al di là delle tante citazioni, quel che veramente sorprende è la costante energia delle esecuzioni: le rilevanti qualità dei due chitarristi tengono salda la tensione emotiva, mentre le canzoni scorrono fluide e melodicamente sicure, tra aperture psych-folk ("Man Of God"), prestazioni vocali da brivido che intorbidiscono le acque
alt-country ("Firewood") e una possente escursione più tipicamente rock ("Kites").
A spezzare per un attimo il tono greve e malinconicamente solenne dell'album ci pensa "Proud", un brano che farà la gioia dei fan dei
Rem, ennesima prova della qualità della scrittura ma anche degli intelligenti e sapienti arrangiamenti.
Ma il brano che più di tutti certifica lo stato di grazia della band è la fragile "Weathervane", una breve ballata che profuma di luoghi desertici, di case abbandonate, di sofferenze passate, un frammento musicale che gronda emozioni e ingegno, svelando attitudini sperimentali che potrebbero dare ulteriori buoni frutti in futuro. Una rivelazione.