La boscia albitrunca, che si trova nel deserto del Kalahari, è la pianta con le radici generalmente più lunghe del pianeta: si estendono per oltre settanta metri, superando di fatto anche quelle di querce o alberi da acacia. Ebbene, se i Brigan appartenessero al regno vegetale, avrebbero probabilmente le fattezze del cosiddetto albero del pastore.
Fuori di metafora, “Cera, luna, vino” amplifica l’essenza del trio folk campano-catalano, evidenziandone le capacità di ancorarsi a radici appunto profondissime del folclore mediterraneo e non solo. Per l’occasione, infatti, i Brigan operano con una sottigliezza diversa, si muovono nelle filigrane del sogno e dell’oscurità, in un disco che ricompone la loro estetica folktronica perturbando i riferimenti, l’espressività e le topografie. In un gioco di ombre e contorni liminali, i tre mostrano la loro anima più esotica, al netto di un’elettronica meno scandinava, più concisa strutturalmente e dunque poco “invasiva”, tra una melodia arabeggiante (!) e l’altra.
A cominciare dall’introduttiva “Si me perdo”, in compagnia del clarinetto di Nikos Angousis, che si fa già carico del parziale cambio di paradigma, ampliando lo sguardo dalla Terra di Lavoro nuovamente verso l’intero Mediterraneo, pur mantenendo un piede saldo nelle tradizioni locali. Il canto lamentoso del clarinettista, ispirato all’antica arte del miroloi (la litania funebre della tradizione ellenica) si inserisce in un tratteggio ritmico di affascinante complessità, che rifugge ogni schematismo in favore di dinamismo e tensione accresciuti.
“Ramo Verde” si sposta verso la Spagna, già terra esplorata da Francesco Di Cristofaro e Andrea Laudante in altri esperimenti di casa Liburia (tra cui il progetto Radizi, la cui metà spagnola, Ramón Rodriguez Gómez, adesso completa l’organico dei Brigan). Qui però la terra del “cal y cemento” si fa spazio liminale, denso di memorie e rimpianto, facendosi carico di un suono composito, che punta ad agitare i sensi in quella strana dimensione ipnagogica che confina tra la veglia e il sonno. Tra antiche storie di inquisizione (i synth sinistri di “Agata”) e i fiati nomadi di “Frate ‘nfame”, un classico del repertorio Brigan, i margini tra vita e morte, passato e attualità si dissolvono sempre più, lasciando terreno alla riflessione e alla condivisione.
La sinergia di Di Cristofaro (voce, bansuri, dvojanka, bouzouki, baglama, punteiro, marranzano, flauto armonico e whistle), autore di buona parte dei testi, e Laudante (elettronica, chitarra elettrica, synth, cori e field-recording) si rinnova con grande carattere in un disco che prosegue il discorso iniziato con “Liburia Trip” attraverso un approccio ancor più personale e dirompente.
L’ingresso in formazione di Rodriguez Gómez (tammorra, pandero cuadrado, pandero de Peñaparda, tamburello, pandereta, falce, campanacci, campanelli, morching e cori) con il suo bagaglio di spezie gitane e iberiche dona all’insieme un carattere ritmico di grande intensità.
Il clarinetto di Angousis e la ghironda dello spagnolo Efrén López Sanz (suoi i commenti nel brano di volta “Vatte ‘o cannule”, meglio definibile come il senso della techno per i Brigan) aumentano poi il dosaggio, arricchendo le partiture di un disco che è innanzitutto un nuovo viaggio. Un cammino che contempla le terre in apparenza aride del Sud Europa, le confronta a quelle respirate e vissute (gli strazianti riferimenti alla Terra dei Fuochi in “Sale”), per bramare a cuore aperto elementi come la cera e il vino, specchiandosi infine nei crateri della Luna, cogliendone il potenziale gravitazionale. Per tornare a casa, abbandonarsi su di una sedia, e chiudere infine gli occhi.
30/07/2025