Mettersi sulle tracce di Pharoah Sanders, Alice Coltrane e Don Cherry non è un’impresa da prendere alla leggera. Gli svedesi Cosmic Ear la affrontano senza complessi e, soprattutto, senza fare sconti. A tracciare la retta è Christer Bothén, polistrumentista impegnato tra clarinetto, pianoforte e n’goni: collaboratore di Cherry negli anni Settanta, quando il world jazz stava ridisegnando i confini di cosa potesse significare suonare insieme, mai ortodosso nel proporsi come discepolo.
In “Traces” il groove assume le sembianze di una musica che ignora le frontiere. I cinque maneggiano ciascuno più di uno strumento, attraversando fiati tradizionali e percussioni rituali come conga e berimbau, fino a sconfinare tra sintetizzatori e live electronics, dove il suono si trasforma in materia viva in tempo reale. Ne affiora qualcosa di fuori dal tempo, arcaico e profetico, aperto a ritmi sbilenchi e a un impasto timbrico affine all’universo afro-psichedelico.
L’opera naviga tra improvvisazione esotica e lirismi imparentati con l’estasi della Coltrane più ispirata: tra i fiati monumentali di Bothén, il contrabbasso di Johan Berthling in stato di trance e le percussioni rituali di Kjell Nordeson si manifesta un mantra persistente, quello del jazz mistico, della poliritmia libera, di un ardore religioso che non conosce confini culturali né storici.
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23/12/2025