Scelte curiose, quelle dei Dictaphone. Immaginate di registrare un album dark jazz, di quelli che potrebbero scorrere come colonna sonora di un film muto, per poi inserire spoken word invadenti e ronzi elettroacustici nella prima metà: è il caso di questo disco. Il titolo “Unstable” sembra più che appropriato, ma quel che emerge non è solo irrequietezza su base noir, bensì un’inquietudine che sconfina nel disorientamento, con scelte che, più che ardite, risultano talvolta infelici.
Attivi dal 1998, Oliver Doerell e Roger Döring hanno attraversato una carriera a corrente alternata, con il vertice rappresentato dall’Ep “Nacht” del 2004: a mani basse, una delle incursioni più affascinanti del decennio Zero.
Il ricettario dark trae spunto da un’atmosfera fumosa, da thriller metropolitano: sassofono e clarinetto si avvolgono come fumi densi sull’operato di Doerell, che intreccia percussioni sintetiche, bassi cupi e musica concreta, dalle interferenze radio al ronzio insistente delle zanzare.
È nei momenti più minimalisti che il progetto ritrova consistenza: quando sassofono e clarinetto smettono di avvolgersi come fumi densi e lasciano spazio alla componente melodica, il respiro si fa più largo. Soprattutto in “La Fin”, intrisa di turbamenti e ombre striscianti, l’atmosfera riesce finalmente a distendersi, e si intravede il duo che potrebbe essere. Ci si chiede se undici tracce fossero necessarie: in forma più contenuta, avrebbe probabilmente posseduto più forza.
27/10/2025