Chi ha avuto modo di seguire la carriera di Gwenno Saunders nel corso degli anni sa perfettamente quanto la questione linguistica sia da sempre centrale nella sua proposta. In una sorta di rifugio dal preponderante impiego dell’inglese, la musicista di Cardiff ha fatto della sua padronanza di gallese e cornico una sorta di marchio di fabbrica, impiegando alternativamente entrambe le lingue nel corso di tre album volti a presentare un universo creativo unico nel suo genere, in bilico tra astrazioni ancestrali e preoccupazioni più terrene.
Tre anni dopo quel “Tresor” che la pose in lizza tra i candidati al Mercury Prize, giunge un album che a una visione superficiale pare voler sconfessare totalmente un approccio finemente cesellato in dieci anni di carriera solista. Quasi una sorta di ripresentazione, “Utopia” vede la quarantatreenne tornare in maniera prepotente all’inglese e mettere ordine in un lungo periodo della sua vita, venticinque anni che vanno dalla tarda adolescenza all’esperienza con le Pipettes, passando per tempi di confusione e divertimento fino alla maternità. Allo stesso tempo diario e rielaborazione, il disco affronta la memoria da una prospettiva psicologica molto particolare.
Utopia, insomma, non il luogo ideale, ma il non-luogo, il mare magnum dove i contorni tra realtà e convinzione si annullano, lasciando emergere soltanto quegli eventi che hanno sopravvissuto alla forza dell’emozione. In questo senso il passaggio all’inglese acquisisce tutto il significato possibile, nel richiamare al presente episodi e immagini di vita che non possono prescindere dalla lingua in cui questi si sono svolti. Ancor di più, il linguaggio sonoro scelto non può scostarsi da dinamiche marcatamente pop, certamente avvolte da una seducente patina psichedelica ma ben più incisive rispetto alle profonde suggestioni di “Le Kov” o “Tresor”. Dal fiore dei ricordi si sprigionano effervescenti caramelle jangly, inconsapevoli dei pericoli circostanti (le frenetiche nottate da ventenne di “Dancing On Volcanoes”), articolate vignette oniriche (la title track, provvista del più intenso arrangiamento della collezione), progressioni da cantastorie, il passo segnato da una severità improvvisa (l’ingresso dei synth sul chiudersi di “War”).
La bella e la cattiva sorte, le scoperte repentine, l’inevitabile processo di crescita: c’è un pizzico di eleganza sophisti nel modo in cui Gwenno elabora gli inattesi legami londinesi della sua famiglia in “73”, giunge anche l’amica di una vita Rose Elinor Dougall in “The Devil”, non tanto per ricordare latamente il periodo in band (il brano, intimamente Broadcast, viaggia per ellissi semantiche ben lontane dall’immediatezza sixties delle Pipettes) quanto per avvalersi della vicinanza di una figura che con lei ha condiviso un importante frangente di vita.
Tra fantasmi, sbandate e nuovi umori, Saunders elabora un intero quarto di vita come un riassunto in rapidissima sequenza, un affascinante voltare di pagine che adesso si leggono con tutta la chiarezza del caso, anche quando i significati paiono voler giocare a nascondino. D’altronde, non è necessario che si palesino completamente: quel che conta è che si siano rivelati all’autrice, che questi le abbiano consentito di realizzare una raccolta tanto matura quanto provvista di una sua specifica esuberanza: proprio quello che serve per continuare a ballare sulle pendici dei vulcani.
30/08/2025