Con il quarto album, “Enter Now Brightness”, Nadia Reid entra con passo deciso nell’universo cantautorale contemporaneo, lasciandosi definitivamente alle spalle tutte quelle incertezze e quegli interrogativi sospesi che ne hanno nutrito gli esordi. L’evoluzione dell’artista neozelandese sembra procedere di pari passo con le copertine dei suoi dischi: lo sguardo distante e timido che campeggiava su “Listen To Formation, Look For The Signs”, la più temeraria e sfrontata semplicità che caratterizzava la copertina di “Preservation” e le naturali fierezza e maturità catturate per la copertina di “Out Of My Province” ne hanno sottolineato l’emancipazione espressiva.
A questa trasformazione fa seguito non solo l’ennesimo cambio di scuderia (dalla Spacebomb alla Chrysalis), ma anche una nuova prospettiva, che si traduce nella sua opera più solida, oltreché in un diverso approccio che si manifesta nella scelta di Reid di voltare le spalle nell’immagine di copertina, per gettare lo sguardo verso un futuro decisamente più vivido e vibrante.
“Enter Now Brightness” è foriero anche di altre novità: il trasferimento a Manchester ha finalmente offerto una solidità alla natura errabonda dell’artista neozelandese, un evento che si traduce in una nuova fase creativa che, senza rinnegare la mai sopita ammirazione per Joni Mitchell, abbraccia con intelligenza le istanze di autrici come Laura Marling e Sharon Van Etten.
Nel definitivo passaggio dalla fragilità della chitarra acustica alla più potente sceneggiatura pop-rock della chitarra elettrica con band al seguito, parte della magia è però scomparsa. Il nuovo assetto, tuttavia, offre anche spunti per canzoni dal piglio innovativo e originale (“Changed Unchained”) e nuove strategie compositive dove il piano primeggia nella struttura con incursioni nel folk-pop più nobile e colto (“Cry On Cue”).
“Enter Now Brightness” ostenta una padronanza e una sicurezza che di solito sono appannaggio di artisti ben rodati, e anche se Nadia Reid può vantare dieci anni di attività discografica, non si può negare che l’ultimo album goda di una coesione d’insieme che è ben lontana dall’indie-folk medio. La strategica introduzione dell’appassionata “Emmanuelle”, l’arrangiamento per piano e sezione fiati di “Baby Bright” e l’arioso crescendo della vellutata “Second Nature” sono tutt’altro che frutto della routine.
Nel mondo di Nadia Reid è entrata la luce, le poche ombre fumose della pagina più intima, “Even Now”, e la prevedibilità della ballata country-folk “Woman Apart” sono gli ultimi residui di una vita vissuta inseguendo un sogno, ma con “Enter Now Brightness” l’artista neozelandese celebra il definitivo ingresso nella piacevole realtà del presente (“Hotel Santa Cruz”). Senza dubbio si tratta del suo album meno avventuroso, ma emozioni e profondità non mancano.
16/02/2025