Dal mare alla terra. Con “Rade” Paolo Angeli aveva aperto il suono della sua chitarra sarda preparata a un Mediterraneo ampio e dialogante. “Lema”, invece, è un disco che stringe il campo senza chiudersi: un lavoro più raccolto, che si concentra su un linguaggio intimo, quasi privato, pur senza rinunciare alle connessioni e ai rimandi. Il titolo stesso parla di sintesi: in castigliano lema sta per “motto”, “slogan”, ma anche per “sinossi”; in sardo, invece, le stesse quattro lettere indicano l’elemento che tiene insieme, che stringe e racchiude. Il quindicesimo album in studio di Angeli è dunque a un tempo specchio e cornice: uno spazio circoscritto ma libero, che definisce un perimetro personale e insieme poroso.
La ricerca di introspezione è favorita anche dal metodo di registrazione: un lavoro completamente in solo, privo di sovraincisioni e loop, in dialogo continuo con la nuova chitarra sarda preparata – un ibrido fra chitarra e violoncello, evoluto fino a 25 corde grazie alla collaborazione con la liuteria Micheluttis di Cremona e Andrea Orrù di Oran Guitars (Lunamatrona, Sardegna del Sud). Uno strumento-risorsa che spalanca possibilità timbriche inedite: dai rintocchi metallici ai ronzii stile sitar, passando per un sistema di martelletti riprogettato per ampliare ulteriormente la dinamica. Un mezzo nuovo, ma soprattutto un interlocutore: non un effetto speciale, ma un compagno di viaggio che costringe a ripensare il linguaggio e a scoprirlo con dedizione.
In parallelo al nuovo strumento, Angeli esplora anche il più antico di tutti: la voce. La sceglie come forma di espressione libera, spesso quasi un parlato interiore. Un uso che mette al centro la naturalezza e rifiuta la posa, come se davvero nessuno stesse ascoltando – men che meno giudicando. Negli undici minuti di “Mavi”, la traccia più estesa del disco dedicata alla madre morta da poco, il canto è più che un lamento funebre un saluto sereno, attraversato da ricordi. Il brano si muove con respiro ampio e mutevole, alternando passaggi quotidiani, intensi, contemplativi, con l’archetto a estrarre armonici di struggente trasparenza e una struttura che resta sempre viva, mai chiusa o prevedibile.
Altrove il disco si fa più scuro. “Nakba”, che richiama la tragedia palestinese, si sviluppa su rintocchi ossessivi delle corde basse, tese come campane a morto. È un pezzo che pare imprigionato in sé stesso, con un minimalismo cupo che può ricordare il free-folk magnetizzante di Hala Strana o i paesaggi emotivi delle uscite più ombrose di Constellation Records. All’opposto, “Conca Entosa” è il momento di maggiore slancio e dinamismo: qui la nuova chitarra mostra tutta la sua natura di orchestra tascabile, moltiplicando voci e percussioni interne in un turbine di suggestioni, che si rincorrono fra metri instabili e ritmiche battenti.
L’assolata “Ramadura”, poi, si apre in un upside down sonoro fatto di vibrazioni dissonanti e corde stoppate, che pian piano sbocciano in un ritmo di tamburello e nella melodia più folk del disco, nuovamente affidata alla voce dell’artista. Il riferimento alla tradizione sarda è esplicito e mirato: sa ramadura è l’usanza di cospargere di fiori le strade durante le feste religiose, un gesto di bellezza effimera che qui diventa metafora di come la musica sappia trasformare anche il rumore più aspro in un tappeto di colori e forme.
“Lema” evita la cartolina turistica o il collage esotico: rifiuta le semplificazioni posticce e racconta un folklore vivo, stratificato, ferito, fatto di intrecci e contrasti. Anche la scelta dei testi – versi della tradizione popolare sarda ma anche poesia palestinese tradotta in gallurese – si raccorda alla ricerca di una dimensione insieme intima e permeabile. Una nuova sintesi, o meglio un nuovo campo d’azione, per uno degli artisti più visionari e coerenti della musica italiana contemporanea.
12/07/2025