Appena sedicenne con una chitarra comprata grazie a pochi risparmi, Patty Griffin incominciò a esibirsi nei locali senza alcuna ambizione o voglia di successo, ma la sua acuta sensibilità di autrice non sfuggì ai talent scout delle case discografiche, anche se ci sono voluti anni prima chetrovasse il giusto riscontro di critica e pubblico. Nel 2007, Patty vinse il premio “Artista dell’Anno” da parte dell’Americana Music Association, nonché un secondo trofeo come miglior album per “Children Running Through”, nel 2011 poi ottenne un Grammy Award nella sezione gospel, con l’album ” Downtown Church”, un altro Grammy Award come Miglior Album Folk con l’omonimo disco del 2019 e infine nel 2023 un premio Lifetime Achievement Award per la scrittura agli Americana Music Honors & Awards.
Patty Griffin, dunque, non è la classica artista country-folk americana, basta leggere la lunga lista di cover delle sue composizioni per valutarne il talento.
Il ritorno della cantautrice del Maine è intenso, commovente, seducente, pur nella sua sobrietà. Le canzoni sono eccellenti e non credo di fare un torto paragonando “Crown Of Roses” all’album “Woodland“ di Gillian Welch e David Rawlings.
Contornata dal fedele produttore nonché bassista Craig Ross, dal chitarrista David Pulkingham e dal batterista Michael Longoria (entrambi compagni di vecchia data), l’autrice tesse una serie di melodie e arrangiamenti simili a un abito dal pregiato taglio sartoriale. E’ straordinario come Griffin riesca a raccontare di quotidiani dilemmi familiari con toni confidenziali e sinceri e con il solo ausilio di una chitarra acustica (“Way Up To The Sky”), e quanta dignità e pudore nelle parole di “The End”, un chamber-folk dai tratti noir che nel fare i conti con la dura lotta contro il cancro dell’autrice, offre una via di fuga dalla paura con un delizioso arrangiamento d’archi.
Al centro dell’album, Patty pone il non facile rapporto con la madre (raffigurata in copertina), alternando al sofferto e cupo blues di “Long Time” (con l’ex-compagno Robert Plant ai cori), un unico guizzo roots-rock che peraltro apre il disco con inattesa verve (“Back At The Start”). Non c’è pagina di “Crown Of Roses” che non grondi sangue, sudore e lacrime: che sia il passo greve gospel-blues di “I Know A Way” (con Bukka Allen all’organo e al piano) o la leggiadra grazia di “A Word”, nulla è lasciato al caso, visto che ogni brano è un tassello importante di un’opera preziosa. Un’ultima nota per “All The Way Home”, una canzone in cui affiorano fierezza e visceralità espressiva, con il suono del dulcimer e della chitarra flamenca a creare una struggente linea narrativa che stravolge l’austerità emotiva dell’album.
“Crown Of Roses” è un album eccellente: non siamo di fronte alla solita brava cantautrice dal tocco elegante, la qualità delle composizioni e delle interpretazioni è decisamente superiore alla media ed è tempo che il nome di Patty Griffin entri anche nelle grazie del pubblico nostrano.
15/08/2025