Meglio fare fell off che vendermi al pop italiano
Chiamami pazzo, ma non fotterò mai con quel lato
Vengo da dove il soffitto cede per colpa dell’amianto
Dove nessuno è al sicuro manco a Capodanno
Mattia Barbieri alias Rondodasosa, classe 2002, è uno dei trapper più aggressivi ed espliciti che sono arrivati all’attenzione del pubblico dei giovanissimi negli ultimi anni. Il suo curriculum è tristemente comune per la scena: un’infanzia difficile nell’hinterland milanese e poi a San Siro, con testi che raccontano di droghe e criminalità ma anche di un malessere asfissiante. Nel primo Ep e nell’album “Trenches Baby” (2022) propone una sintesi di molti dei trend del momento, dentro il quale la personalità del giovanissimo Rondodasosa fatica a delinearsi con chiarezza, soffocata da troppi brani e troppi ospiti.
Il joint album “Motivation 4 The Streetz” (2023) con Artie 5ive sfrutta la doppia potenza di fuoco per aumentare il dinamismo dei brani, divisi tra alcuni momenti più amari e molte banger. Il mixtape “Blue Tape” (2024) sembra suggerire che il suo momento creativo sia già passato: ha smussato qualche angolo, l’energia è dimezzata, le produzioni sono allineate a molta trap italiana.
Questo “Mattia” ha il compito di dissipare i dubbi e riaccendere i riflettori prima che si concentrino su qualche altro giovanissimo della scena.
La produzione, guidata da Hoodini, aiuta a rendere eterogenei i beat, ridonando potenza alla parte iniziale della scaletta. L’introduttiva “Welcome To Mylan”, spezzata in due da un beat switch, ha quantomeno energia, anche se i contenuti sono sempre le solite storie di rivalsa di chi viene dal ghetto, ambientate in una Gotham a sud della Brianza. La serie positiva continua, tutto sommato, anche con “Whigga” (feat. Guè), “Al Pacino” e “Drilla”, a patto di accontentarsi di non ascoltare barre memorabili né idee creative nei beat.
Il brano migliore, “Swang”, lo è soprattutto per la produzione distorta, con synth colossali. Tocca accontentarsi, anche perché quando si cambia, come nella più lente e atmosferiche “Ballin” e “Trazit”, sembra di ascoltare una versione assai minore di Travis Scott. Altrove, va peggio: “Duomo” si apre con un recitato e ripesca dal primo Sfera Ebbasta, su cui hanno già costruito carriere troppi altri colleghi. La seconda metà della scaletta è un mezzo disastro, con momenti di pop-trap pronti per il più corrivo mainstream come “Diabla”, perfetta per i TikTok delle sedicenti bad bitches, o la lacrimevole “Kefir”, su un amore finito. “Amico”, con Heartman, è forse quella con più problemi di scrittura, un pop-rap emotivo con un cantato in autotune che sembra riecheggiare il cantautorato rap di Dargen D’Amico, senza il genio di quest’ultimo.
Per i giovanissimi Rondodasosa, che tutti chiamano Rondo, è un nome legato a ricordi ed esperienze adolescenziali. Questa recensione non scalfirà un legame affettivo nato durante gli anni delle scuole superiori. Se non siete tra quelli che prima della campanella ascoltavano Rondo, però, “Mattia” è un album che non merita 44 minuti della vostra attenzione.
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05/10/2025