Con “Daylight Daylight” Steve Gunn riprende le fila di album come “Way Out Weather” e “Time Off”, forte di una padronanza coltivata grazie al continuo confronto con diversi linguaggi artistici, a partire dalle composizioni per film e cortometraggi, l’esperienza jazz-rock con i Beings, fino al recente album strumentale “Music For Writers”.
Per questo nuovo capitolo l’ex-Violators si avvale del contributo di James Elkington, il cui apporto non è semplicemente quello di musicista, ma anche di arrangiatore delle sezioni archi e fiati: un sodalizio rafforzato dalla comune ammirazione per Ennio Morricone e i Talk Talk.
Intenso come un sogno e fluttuante come un miraggio, “Daylight Daylight” è un disco che sembra quasi riscrivere la storia di Steve Gunn, un musicista ora più attento a quelle sfumature che si nascondono non solo a ridosso di paesaggi naif e ricchi di colore, ma anche dietro quei chiaroscuri che giacciono tra il torpore e il risveglio. Un tratteggio sonoro apparentemente immobile che prende vita grazie ad arrangiamenti dall’impostazione simil-orchestrale e nello stesso tempo evanescenti, al pari del più etereo chamber-folk.
Nella splendida “Hadrian’s Wall” Gunn raggiunge vertici poetici inaspettati: la voce si insinua tra gli spazi aperti dell’elegante sceneggiatura orchestrale, mentre i preziosi accordi di chitarra accennano sia a John Fahey che a Nick Drake. Per quanto siano leciti alcuni paragoni con John Martyn, come nell’intrigante epopea folk-orchestral-jazz di “Morning On K Road” con uno straordinario Nick Macri al basso, il nuovo album di Gunn è tutt’altro che retrò.
“Daylight Daylight” è un progetto calato nel presente: le canzoni sono solo in apparenza diafane, i pregevoli e carezzevoli accordi di “Nearly There” sono più simili a una preghiera laica e il continuo diluire di note e parole di brani come “Another Fade” e “A Walk” è antalgico al pari di una rilassante contemplazione della natura.
Non è un disco facile da definire, “Daylight Daylight”: le stratificazioni strumentali sono tanto esili quanto complesse e grevi (la title track), languori armonici e dissonanze si alternano e si fondono catturando quella magia che si può cogliere solo al crepuscolo o all’alba. Un flusso di ricordi e di immagini che sembra appartenere al subconscio e che Steve Gunn modella con preziose istantanee chamber-folk e con uno spirito avventuroso che è la vera novità di questo album.
20/11/2025