Il producer inglese Anthony Child, in arte Surgeon, porta il proprio soprannome come una responsabilità: gli fu affibbiato per l’approccio meticoloso al suono. Da tempo ha messo da parte la console per indossare il camice dello scienziato del beat, armato di un setup ridotto: Soma Lyra-8 e Pulsar 23 e i moduli eurorack di un sintetizzatore modulare. Tutto registrato in presa diretta, emulando il rischio dell’esibizione dal vivo. Porsi dei limiti è più che una scelta: è un atto di sopravvivenza sonora.
Serve controllo, padronanza dei propri strumenti. Anche quando il focus è una techno incandescente, ossidata e atonale. “Shell~Wave”, pubblicato su Tresor, è la diretta emanazione di questa filosofia: pochi strumenti, conosciuti fino al midollo, per forgiare un arsenale di granate soniche in puro Birmingham sound. Ogni traccia è un loop deformato che si spezza e si rifonde in variazioni timbriche, tra filtraggi, scintille e microdettagli: avere pochi strumenti è diventata per Surgeon una vera e propria poetica.
A volte il risultato è galvanizzante, altre meno: come per i giochi d’eco, suggestivi ma sovrautilizzati. Forse è questo il limite, ma anche il fascino, di una strumentazione essenziale: più di quaranta minuti di esperimenti su un unico organismo, un modulare riconfigurato per generare pulsazioni scorticate e armonie d’acciaio. Ne sorge un monolite brutalista in cui è faticoso scorgere le differenze tra un brano e l’altro, anche se le intuizioni ci sono. Una certezza però c’è: restare immobili è difficile.
22/05/2025