Giocare con la nostalgia può essere fatale: ricordi e desideri diventano un tutt’uno e basta poco per risvegliare sapori dimenticati e ardori sopiti. Rendere pubbliche le ultime incisioni di Chris Bailey non deve essere stato acile per la famiglia del musicista, soprattutto dopo il non del tutto felice riscontro dell’ultimo pur dignitoso album a nome dei
Saints (“King Of The Sun”, 2012) e il silenzio successivo, interrotto solo da un album che metteva mano negli archivi (“International Robot” 2017) e dalla morte di Baley avvenuta nel 2022.
Difficile, invece, comprendere perché “Long March Through The Jazz Age” non sia stato pubblicato nel 2018, epoca delle registrazioni del disco. Queste dodici tracce brillano di luce propria, undici ballate
midtempo e uno slancio
hard-rock (“Buises”) che vanno ben oltre il semplice effetto nostalgia.
Il batterista Pete Wilkinson, i due chitarristi Sean Carey e Davey Lane, con il supporto di una ricca sezione d’archi e fiati e un numero cospicuo di tastieristi, rendono compiuta quella evoluzione verso sonorità American-roots accennata in “King Of The Sun”. La natura grezza delle composizioni e la libera elaborazione in fase di registrazione di Chris Bailey è fondamentale per la resa finale di un disco che alterna profonda introspezione nell’epica “Carnivore (Long March Through The Jazz Age)” e contagiosa vitalità in quel tripudio di melodie e ritmi scarni di “Judas”.
L’immaginario della musica dei Saints è ampio: si tinge di vellutata
psichedelia con un sitar al seguito (“Imaginary Fields Forever”), di aride reminiscenze
country-
blues (“Empires (Sometimes We Fall”) e di oscuri e malinconici riverberi chitarristici che impreziosiscono una delle pagine più intense di “Long March Through The Jazz Age” (“Vikings”).
Il disco postumo dei Saints racconta di loro più di quanto sapevamo. Dismesso l’inganno semantico che la collocava nel
post-punk, la musica dei ragazzi di Brisbane ha più attinenza con i
Rolling Stones e Roy Orbison (“Gasoline”) e chiarisce una volta per tutte perché
Nick Cave ritenesse Chris Bailey un artista puro - ascoltate i quattro estatici minuti di “A Vision Of Grace” - o per quale ragione
Bruce Springsteen non indugiò nell’inserire nel proprio repertorio una sua canzone: non mi meraviglierei se dopo aver interpretato “Just Like Fire Would" il Boss si cimentasse con la vibrante “Break Away”.
“Sometimes we raise sometimes we fall" ("A volte ci alziamo, a volte cadiamo"), canta Bailey nel primo brano dell’album, la già citata “Empires (Sometimes We Fall)”, una frase che assume diversi significati alla luce di quel che è successo pochi anni dopo la registrazione di queste canzoni. E mentre chitarre latine, una sezione fiati mariachi e una piccola orchestra accompagnano l’ultima piccola perla dell’album, “Will You Still Be There”, si ha quasi la sensazione che Chris Bailey voglia regalarci un ultimo saluto, quello di un uomo e un artista che è caduto restando in piedi lasciando in eredità un testamento spirituale straordinario.