Sono tempi oscuri, questo è il mantra che Amaury Cambuzat e altre voci effettate cantano in modo ripetuto nel pezzo che apre l’album, il primo dopo otto anni di silenzio da “Stereolith” del 2017. Con “Dark Times” gli Ulan Bator proseguono con la loro tradizione di creare paesaggi sonori tesi e minimali, arricchendoli questa volta con una malinconia introspettiva mai così marcata.
Se l’impronta di base è saldamente ancorata al post-rock atmosferico, gli Ulan Bator del 2025 si muovono verso un suono più orientato al noise e al kraut-rock più ritmico. La loro musica si colloca idealmente tra l’intensità ripetitiva dei Sonic Youth e l’oscurità atmosferica dei primi Joy Division, il tutto filtrato attraverso l’approccio ossessivo e ipnotico dei Can.
Un elemento cruciale che accentua il senso di malinconia che pervade l’intero lavoro è il cantato in lingua francese, in grado di donare un effetto poetico e intrigante. Uno dei temi centrali di “Dark Times” sembra essere quello dell’attesa in questo periodo di totale incertezza, con i testi di Cambuzat, minimali e affilati, che agiscono da brevi e scarni appunti di un diario esistenziale.
Dopo un pezzo che funge da intro, “Dark Times”, che nelle ritmiche ricorda vagamente “Alone” dei Cure, entra subito nel vivo attraverso il pezzo più potente dell’album, “L’Imperatrice”. Partendo da un arpeggio cristallino che si ripete in modo ciclico, il pezzo dal ritmo incalzante esplode in un muro di chitarre noise-rock per culminare in un tripudio di dissonanza strumentale e feedback catartico.
A seguire un altro pezzo particolarmente intenso come “Solitaire”, il cui titolo stesso è emblematico della tematica di isolamento e introspezione che Cambuzat declama con la solita maestria. Il brano si apre con una sezione ritmica meccanica e glaciale in stile kraut-rock, con le chitarre, sempre protagoniste, che disegnano linee vorticose e taglienti e con un clima di fondo volutamente claustrofobico.
Nel cuore dell’album troviamo due pezzi più melodici come “En Enfer” e “Ravages”, che però rappresentano il registro più oscuro e al tempo stesso emotivamente toccante dell’opera. Sono dominati da bassi profondi e da texture di synth analogici che creano atmosfere tetre e opprimenti.
Da menzionare anche “Inspire” e “Mee(a)too”. La prima, che si apre con un breve feedback distorto, è caratterizzata da toni cupissimi e da un ritmo pulsante su cui si sviluppano chitarre minimali e riverberate, suscitando una sensazione di attesa meditativa e fredda malinconia, tipica del loro stile.
Il finale è affidato a “Mee(a)too” in cui un drone ipnotico fa da base al cantato di Cambuzat, sussurato e spettrale, ma ci pensa un ritornello arioso e ispirato a far intravedere un minimo spiraglio di luce e speranza.
“Dark Times”, dunque, riafferma ancora una volta Cambuzat e soci come baluardi di un alternative rock dall’impronta scarna e ossessiva. Quello tra gli Ulan Bator e il loro pubblico è un patto che dura da anni, siglato sull’integrità morale e artistica di una band che continua imperterrita a operare su coordinate austere e prive di compromessi.
20/12/2025