Alcuni dischi si ascoltano, altri si abitano. "Vol. II" degli Angine de Poitrine appartiene a una terza categoria: quella che ti risucchia in un'orbita aliena e ti costringe a imparare un nuovo sistema di gravità.
Klek e Khn de Poitrine, fratelli per concept e musicisti da vent'anni nella stessa trincea, si presentano in costume a pois bianconeri e con maschere di cartapesta dai nasi fallici. Sembra uno scherzo da performance art uscito dalla Factory di Warhol durante una seduta di acido. E in parte lo è: il loro stesso nome, Angine de Poitrine, è infatti il termine medico per l'angina pectoris, il dolore al petto che precede l'infarto. Sono quasi un ossimoro vivente: la musica che ti ferma il cuore e quella che te lo fa ripartire a 200 bpm.
Ma il vero spettacolo è sotto le dita. Khn impugna una chitarra a doppio manico - metà basso, metà chitarra - modificata a mano con tasti extra tagliati con una sega e incollati. L'ottava occidentale standard (12 semitoni) qui viene spaccata in 24 quarti di tono. Non è un vezzo da laboratorio: è il linguaggio stesso del disco. Le note che normalmente si trovano tra i tasti (un Re mezzo diesis, un Mi mezzo bemolle) diventano le protagoniste, non le comparse. Eppure, miracolosamente, tutto resta assimilabile.
L'orecchio occidentale riconosce ogni nota come distinta, non come una versione stonata di un intervallo familiare. Il risultato è una musica che sembra provenire da un pianeta vicino, ma che ti fa muovere i piedi come se fossi ancora sulla Terra.
L'album si apre con "Fabienk", un semplice 7/8 che si trasforma in un labirinto di accenti fuori fase e ritmiche sincopate. Al terzo minuto, la linea di basso diventa un groove da discoteca anni Settanta. Il duo ha perfezionato un sistema di live looping maniacale: il chitarrista costruisce strati su strati con un Boss RC600 (master MIDI che invia il click al metronomo del batterista) e ogni cambio di sezione è un pivot chirurgico, un cambio di marcia che non smonta mai l'edificio ritmico.
"Sarniezz" è il centro nevralgico del disco. Un giro di basso ipnotico, dissonante, su cui Khn sovrappone serpentine linee microtonali che sembrano uscite da un sogno febbrile. Poi, a metà, il brano esplode in un delirio funk-metal: la batteria di Klek passa dallo swing alla cassa dritta con una naturalezza che tradisce vent'anni di complicità. Ma ce n'è per tutti i gusti: "Utzp" parte come una jam folk balcanica, quasi da circo, con melodie che sembrano uscite da un organetto stonato. Poi, senza preavviso, si trasforma in un muro di chitarre distorte e bassi pesanti. "Angor", invece, è il pezzo più difficile: una rabbia che ribolle senza mai esplodere, un loop di tensione che si avvolge su se stesso come un'ansia repressa. Finisce in feedback, senza catarsi. È probabilmente un commento sulla resilienza forzata del nostro tempo, che lascia l'ascoltatore sospeso, quasi insoddisfatto.
Il virale live del duo (targato Kexp) ha una fisicità che qui, in studio, può sembrare un po' appannata. Eppure, "Vol. II" è davvero un'opera di buon livello. In un panorama rock dove l'innovazione è spesso un'etichetta di marketing, gli Angine de Poitrine hanno costruito un linguaggio nuovo partendo da un'idea semplicemente folle: suonare le note che non ci sono. Non lo fanno con la solennità del conservatorio, ma con l'umorismo del clown e la precisione del chirurgo. I costumi non sono un trucco per clickbait ma sono un manifesto Dada: spersonalizzarsi per far emergere il suono, rendere il corpo trasparente (anche la pelle esposta è pittata a pois come i costumi) affinché resti solo la musica. E la musica, in "Vol. II", è un organismo vivente: a volte caotico, a volte ripetitivo.
Alla fine, l'album si chiude come è iniziato: con un loop che si dissolve nel silenzio, e la sensazione di essere stati trasportati da qualche parte. Non sai bene dove, ma sai anche che vuoi tornarci.
07/04/2026