Sto andando via
C’è un tempo in cui tutti dobbiamo dirci addio
Insieme a Nayt, Chiello è stato uno dei nomi tra nicchia e mainstream del nostro rap che l’ultimo Sanremo ha presentato al pubblico più trasversale. Se il primo ne è uscito con un buon sesto posto, lui si è dovuto accontentare del venticinquesimo. Alla scena rap, poi, Chiello appartiene solo per discendenza, visto che dagli esordi con i trapper ultraviolenti FSK ha avviato una carriera solista con l’apprezzabile e malinconico it-pop color pastello “Oceano Paradiso” (2021), non replicato dal successivo, cantautorale e depresso “Mela marcia” (2023) né dal più confuso “Scarabocchi” (2025), tra it-pop e rimandi vintage. Questo “Agonia” coglie un momento in cui sembra presentarsi con diverse affinità ad Achille Lauro, quantomeno nel suo periodo “rock” (diciamo così…).
Mentre i testi rimangono attraversati da messaggi tragicamente depressi, pieni di immagine di morte e disperazione che sono ben riassunte nel titolo dell’album, il sound costruisce su quanto visto nel primo e terzo album, con pochi elementi riconducibili al secondo. Dal cantautorato da cameretta di “A testa alta” e “Salvami da me stesso”, cantate con un filo di voce, si passa al pop elettronico e un po’ wave di “Vulcano” e della sanremese “Ti penso sempre”.
A tenere insieme il tutto uno stato d’animo e un modo di confessare i propri rimugini che diventa spesso un intimismo toccante, pur se confinante con il naif.
A metà scaletta la surreale “Polynesian Village”, musica da camera per fruscii vintage, rappresenta un gradito momento di più azzardata creatività.
Poi tornano le chitarre rock (“Desaturarsi”), arrivano beat elettronici sonnolenti e asprezze cacofoniche a loro modo inaspettate (“Lupo”) e nuove confessioni disperate (“Spero almeno”).
Che emerga lo spettro di un De Gregori pianistico in “Scarlatta”, arrangiata con eleganza e cantata con l’entusiasmo di un moribondo, è solo una parziale sorpresa: la dimensione lirica è fortemente ricercata, pur con una certa limitatezza di soluzioni, in buona parte dell’album, e funge da elemento caratterizzante.
Di nuovo, lo spettro della morte emerge nella conclusiva “Sto andando via”, chiusa da un crescendo rock che sfuma in un carillon malinconico. È la chiusura di un album che sarebbe ingeneroso bollare come indistinguibile dal resto del pop italiano. Chiello ha uno stile suo, che porta avanti con sostanziale coerenza, incrinata giusto da qualche slancio più pop, comunque non preponderante. Mancano, piuttosto, le canzoni e un linguaggio maturo che porti questi piccoli brani verso qualcosa di più complesso, profondo. Così, troppo spesso, “Agonia” è una cartolina depressiva di un giovane cantante in crisi esistenziale.
10/04/2026