Reduce dalla buona riuscita di “Cherry“, Dan Snaith torna sotto il moniker Daphni, il suo volto da dancefloor, lontano dalla surreale densità di “Andorra“. Il centro è una house tirata, quasi garage, costruita su melodie cangianti, arpeggi luminosi e sample vocali manipolati fino a diventare acuti, strillanti. Un approccio meno calibrato, più istintivo e giocoso rispetto al progetto che lo ha reso celebre. Se nel precedente lavoro targato Daphni si avvertiva con chiarezza il guizzo creativo che teneva insieme il tracciato, in “Butterfly” emergono dubbi sulla reale efficacia del metodo.
L’idea resta la stessa: sviluppare i brani in modo naturale, quasi che ogni suono sia la conseguenza spontanea del precedente. Qui però la formula mostra diverse crepe. Sembra più un diario di studio che un’opera finita: le curiosità di un artista che si permette il lusso di non scremare. Si passa da episodi nu-disco estenuanti nelle loro ripetizioni a scatti french-house elastici, che finiscono per sorreggere buona parte del disco. Tra drop ad effetto e accelerazioni Uk bass ad alta velocità, l’ascolto sbalza come una giostra. L’ascolto procede con distrazione, e alcuni tagli avrebbero probabilmente reso il tutto più compatto.
24/02/2026