Michele Bitossi lo ricordiamo bene come cantante dei Laghisecchi, fra il 1998 e il 2001, durante la coda del decennio d’oro della scena indipendente italiana, poi come voce dei Numero6, ampiamente trattati su queste pagine, nonché alle prese con il progetto solista Mezzala, di fatto l’avvio della sua carriera solista.
Lasciato da parte il gergo calcistico, ma solo parzialmente, perché “Tutte difese” è comunque un titolo che sa di Italia “catenacciara”, Michele dà ulteriore prova di appartenere a quella schiera di artigiani della canzone che preferiscono la penombra della riflessione alla sovraesposizione del pop contemporaneo. Ma, attenzione, una penombra che non va interpretata come modalità musicalmente “dimessa”, perché dentro “Tutte difese” ci sono momenti anche molto briosi, oppure arrangiati in maniera tutt’altro che minimalista.
Bitossi torna a mappare i territori del quotidiano, della contemporaneità di ognuno di noi, consegnando un diario di bordo fatto di fragilità svelate, nel quale – sono parole dello stesso autore – si narra ciò che tendiamo a costruire tra noi e il dolore, quando scappare diventa una scelta inevitabile, quando imparare a dire no diviene indispensabile per riuscire a proteggersi, per evitare che certe sottomissioni non finiscano per addormentare la parte migliore di noi.
Buona parte di “Tutte difese” nasce da un lavoro di scrittura a quattro mani con Kaballà, ma ci sono anche due canzoni composte con Francesco Bianconi, “Un’infinita canzone d’amore” e “Baci di Giuda”, sublimazione del baustellismo spesso presente nella Dna del cantautore piemontese (basti ascoltare anche l’iniziale “Sono non sono”…), più “Pensieri” firmata da Bitossi, Kaballà e Francesco Gabbani.
Michele ha in tasca una Laurea in Lettere Moderne, è docente di Italiano e Storia presso un Istituto Tecnico, sa come si affrontano i temi più delicati, lo fa ogni giorno in classi di ragazzi adolescenti che faticano a trovare la giusta concentrazione per approfondire a dovere. Forse da lì nasce una canzone come “Partigiano”, dall’intreccio fra la nostra storia e il nostro presente.
Michele con fare artigianale tira fuori dodici nuovi capitoli per raccontare i piccoli grandi disagi del nostro tempo, le “difese” che ergiamo contro il mondo. Ci si ferma un istante a osservare i detriti del passato per poi provare a ricomporre un’ipotesi di futuro prossimo, senza nostalgie, cercando la luce attraverso le crepe, con un linguaggio e uno stile che non cercano il consenso immediato, ma sono lì per provare a restare. Un disco intimo di pop d’autore, per chi ha voglia di ascoltare rimuovendo il rumore di fondo della nostra complicata vita di tutti i giorni.
25/03/2026