Ci sono artisti che continuano a descrivere un mondo perduto, un’oasi felice dove corpo e anima sembrano trovare ristoro. Negli anni Johnny Lynch ha dato prova, al pari dell’amico King Creosote, di essere uno dei più abili cantori di un romanticismo d’antan, grazie a un folk-pop fragilmente psichedelico che trova linfa nell’elettronica e nel dream-pop.
La qualità costante della produzione, ormai ultraventennale, non viene tradita nel nuovo album “Life Slime”. Assoldato al banco di regia, Mike Lindsay dei Tunng aggiunge mutanti sonorità elettroniche che rinnovano il guardaroba stilistico, senza alternare il taglio raffinato e naif dell’autore scozzese.
Da questa sinergia creativa nascono refrain irresistibili magnificamente incorniciati (la title track), prontamente stemperati da una breve appendice strumentale (“Toxic Spillage”), che nel loro susseguirsi svelano l’animo duplice del nuovo album di Pictish Trail, ulteriormente rimarcata dalle pulsioni quasi disco eppur ricche di grazia di “Sorry Eyes” e dagli otto minuti di variazione sul tema kraut–psych in chiave primi Pink Floyd/Syd Barrett di “Another Way”.
Strano ma vero, gli album dei Pictish Trail sono tra i pochi nei quali l’uso dell’autotune assume un ruolo esplicativo di uno stato emotivo profondo e reale: che sia il timbro da rana gracchiante di “Battery Pack” o l’uso del vocoder alla Cher in “Hold It”, sono percepibili melodie ed echi di sofferenza umana che grondano lacrime.
La melma del titolo (slime) è un efficace strategia simbolica (i video ne sono a tal punto pieni da chiedere l’intervento di statistiche acclarate sulla quantità utilizzata), di pari passo la musica di Pictish Trail è un avvolgente materia fatta di sonorità cristalline di chitarre e tastiere, che trovano spazio nelle morbide lande folk di “Infinity Ooze” e nelle dissolvenze melodiche di “Torch Song”, ma anche nelle turbolenze shoegaze/dream-pop che hanno il compito di mettere l’ascoltatore di fronte alla realtà, riscontrabili nelle incisive tonalità ritmiche di “Crystal Cave” o nelle diafane stratificazioni elettro-acustiche di “Werewolf Ending”.
Introspettiva ed eccentrica, analogica e digitale, armonica e spigolosa, la musica di Pictish Trail è amabilmente agrodolce, un artefatto artigianale che non disdegna le conquiste tecnologiche, un indie-pop ispirato e sufficientemente moderno.
03/05/2026