SON LITTLE - Cityfolk

2026 (Anti)
neo-soul, r'n'b

Sono molti i presupposti che rendono interessante la produzione discografica di Son Little (alias di Aaron Livingston), non solo il suadente e fragile timbro vocale del musicista o l’altrettanto peculiare stile chitarristico poco vezzoso ma ricco di intelligenti soluzioni strumentali, quel che stimola l’attenzione è la profonda connessione creativa dell’artista funky–soul con la miglior tradizione musicale di New Orleans e Memphis. Non è dunque strano che per le registrazioni di “Cityfolk” il musicista abbia scelto i Muscle Shoals, anche se in seguito a problemi idraulici che gli hanno impedito di usare gli studi casalinghi.

Ben Tanner degli Alabama Shakes è nuovamente al suo fianco, un artista con il quale Son Little condivide la predilezione per una musicalità in equilibrio elettro-acustico ben radicata nel soul, nel blues e nell’hip-hop, che non disdegna incursioni nella miglior tradizione country e pop. Il risultato è un funky-soul tanto eclettico quanto riflessivo, ricco di intriganti ibridazioni come il blues di “Rabbit”, scandito dal suono del banjo, da contaminazioni elettroniche a base di synth vintage e da un corposo giro di basso, o il sensuale mix di latin-soul e afrobeat appena lambito dal suono dei sintetizzatori di “Whip The Wind”, che non sfigurerebbe in un vecchio album di Stevie Wonder.

Potrà sembrare a questo punto che Son Little giochi le migliori carte nei primi passi dell’album per poi precedere senza ulteriori scossoni creativi, ma il solido e moderno groove r&b di “Cherry” e il sublime intreccio tra tastiere e ardimentosi arpeggi chitarristici di “Bottomless” confermano la natura non proprio ordinaria di “Cityfolk”. Abituati a prodotti discografici stilisticamente omologati, potremmo trovare il nuovo album di Son Little dispersivo, forse troppo variegato, ma la realtà è ben diversa: ogni brano è frutto di un’intuizione lirica e armonica ben definita, e l’unicità è racchiusa in una musicalità che resta unica e ineffabile.

E’ uno scrigno ricco di meraviglie, “Cityfolk”: il blues stile Muscle Shoals di “Be Better”, disturbato da raffinate sonorità elettro-acustiche, è un sentito omaggio a Mavis Staples, artista con la quale Livingston ha collaborato in passato; la struggente delicatezza per piano, chitarra e batteria di “It’s Your World” scivola verso toni gospel; ed è ancor più cupo e viscerale il gospel-rock-soul di “The Valley”.

La scelta di Son Little di cimentarsi con tutte le sfumature possibili della musica soul è decisamente vincente e convincente: sono molti gli spunti originali, alcuni perfino non facili da apprezzare con un solo ascolto (“In Orbit”, “Breathe”), ma è difficile restare insensibili alla splendida esortazione gospel a tempo di trap e voce filtrata di “Paper Children”, con la sua denuncia contro chi sfrutta i poveri e opprime i deboli: l’ennesimo gioiellino incastonato in un disco che oltre a confermare la solidità artistica del musicista americano ne esalta le migliori attitudini compositive, offrendo almeno un trittico di canzoni da conservare con cura.

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18/04/2026

Tracklist

  1. 1. Rabbit
  2. 2. Whip The Wind
  3. 3. Let's Get Involved
  4. 4. It's Your World
  5. 5. Cherry
  6. 6. Bottomless
  7. 7. Be Better
  8. 8. The Valley
  9. 9. In Orbit
  10. 10. Paper Children
  11. 11. Breathe

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