Sono passati 46 anni dal primo album dei Monochrome Set, ma il buon vecchio Bid non sembra voler cedere al sempre piacevole effetto nostalgia. Stravagante e poetica, la musica del gruppo inglese non ha perso quella imprevedibilità che se da un lato ha impedito alla band di capitalizzare un potenziale maggior successo commerciale, dall'altro ne ha preservato quelle peculiarità che i fan del gruppo trovano oltremodo irresistibili.
Mentre il precedente “Allhallowtide” concentrava l’attenzione più sulla struttura musicale e su un'eleganza armonica alquanto regale, il nuovo “Lotus Bridge” ha più le caratteristiche della narrazione cinematografica e teatrale. Le canzoni sono surreali divagazioni sul declino della civiltà, un insieme di allegoriche e contemplative storie che Bid ha elaborato mettendo insieme sogni e riflessioni.
Al mix di sonorità spagnoleggianti e ingannevolmente country-western della title track è affidata l'apertura dell’album, un’introduzione lievemente grottesca che la struggente “Diaphanous” stempera istantaneamente, con una melodia dai tratti colti e un arrangiamento a base di archi e pianoforte che stravolge la linea narrativa.
Ganesh "Bid" Seshadri procede, incurante della funzione puramente estetica, nella descrizione di personaggi e situazioni che si possono definire quasi psichedeliche, tra storie dove umorismo e ansia viaggiano sullo stesso binario (“The Abominations Of Hubert”), altre dove non manca un pizzico di mistero e di romanticismo noir (“Arcadia”). Quel che resta costante è un tratto quasi letterario, che alla verbosità di alcune composizione associa una musicalità altrettanto forbita (“Map Of The Night Sky”).
E’ un disco studiato nei minimi particolari, “Lotus Bridge”, apparentemente spoglio, ricco di dettagli ed evoluzioni strumentali che restano ai margini, creando un effetto simil-orchestrale, con pianoforte e chitarra acustica a far da guida a stralunate folk-song dai tratti psichedelici e beffardamente audaci (“Athanatoi”).
La suadente ballata “Our Sweet Soul” e la splendida nonchalance melodica e ritmica di “Jenny Greenlocks” confermano che le tanto citate assonanze con gli Smiths avevano la loro ragion d’essere: i due brani appena citati sono due perfetti esemplari di quella magia che Morrissey e Marr non riescono più a catturare da tempo.
Non è un album facile, e senza dubbio un ascolto fugace spingerà molti a un’archiviazione quasi istantanea, ma gli ostinati e i perplessi apprezzeranno senza indugio alcuno l’ennesima prova di coerenza e disinvoltura creativa che i Monochrome Set dispensano da quasi cinque decadi.
07/04/2026