Sul nuovo album di Tigran Hamasyan ci sarebbe molto e allo stesso tempo pochissimo da dire. Rappresenta, con ogni evidenza, il lavoro più completo del pianista armeno, il punto di massima convergenza tra le sue diverse anime espressive. In “Manifeste” convivono con estrema naturalezza l’incendiario e iper-progressivo funambolo djent-fusion, il rispettoso rielaboratore di melodie e forme vocali tradizionali e il cesellatore di meditazioni ambient dall’intensa componente spirituale. Tuttavia, è anche il primo disco di Hamasyan a suonare tutto sommato prevedibile: è Tigran che fa Tigran. Per chi ha amato le sue uscite precedenti, “Manifeste” risulterà un ascolto imprescindibile; chi invece non ha mai trovato il suo stile la propria cup of tea, difficilmente cambierà idea oggi.
Tra i piatti forti, la title track, “Ultradance” e “A Eye – A Digital Leviathan” – alcuni dei brani più lunghi del disco – sono le ormai classiche, impeccabili e galvanizzanti cavalcate jazz-rock dove voltafaccia continui e il flusso torrenziale delle note di piano sono controbilanciati da una batteria che picchia duro senza troppi fronzoli. “The Fire Child – Vaghan Is Born” gioca invece su un suono sintetico e trattenuto, in una parentesi quasi new age che, per forza espressiva, va ben oltre il ruolo di semplice interludio. E in “Per Mané – Eb Venice Song”, dedicata alla giovanissima figlia, emerge la cantante Astghik Mamikonyan con una melodia dolce dal sapore folk, prima puntinata dall’elettronica e poi squarciata da zigzag tastieristici.
Soffermandosi sugli episodi più esplorativi – quelli capaci di integrare elementi nuovi o combinare le anime creative in modo inedito – a spiccare è la contemplativa “Yerevan Sunrise”, dove la tromba di Daniel Melkonyan incontra brillanti svolazzi sintetico-folklorici. Affascinanti anche le atmosfere cangianti di “Seven Sorrows”, che attraversa tutte le anime del pianista seguendo la scia del violoncello di Artyom Manukyan. La breve “War Time Poem”, infine, tocca l’apice di maestosità, cantabilità e valenza evocativa: poco più di quattro minuti per trasformare un motivetto sghembo in 17/4 da potenziale ostacolo nel motore epico più suggestivo del disco.
Rispetto alle altre uscite recenti, spesso incentrate su un organico ristretto, in “Manifeste” il cast di musicisti coinvolti è ampio e varia da un brano all’altro. Alla batteria si alternano l’ormai familiare maniscalco Arthur Hnatek, Nate Wood (Kneebody), Matt Garstka (Animals As Leaders) e il connazionale Arman Mnatsakanyan. Al basso resta fisso il sodale Mark Karapetian, mentre in due brani trova spazio lo Yerevan State Chamber Choir condotto da Kristina Voskanyan.
“Manifeste” non tocca rotte che Tigran Hamasyan non avesse già esplorato, ma è a oggi la mappa più variegata della sua complessa geografia musicale. Flirtando con il rischio della maniera senza mai caderci, segnala una maturità che non avverte più il bisogno di dimostrare costantemente l’impossibile. Se si tratti di una tappa momentanea o di un definitivo approdo alla terra ferma, solo il futuro potrà dirlo.
18/04/2026