Klippa Kloppa

Liberty

2019 (Snowdonia) | alt-pop

I Klippa Kloppa sono un progetto musicale proveniente da Caserta che noi di OndaRock conosciamo bene, visto che recensimmo ormai, ahimé, diversi anni fa uno dei primi progetti guidati da Nicola Mazzocca, l’album split dei Tottemo Godzilla Riders e Klippa Kloppa. Sono tornati grazie a Snowdonia con una formazione ormai consolidata completata da Mariano Calazzo, Mariella Capobianco, Simone Caputo e Marco Di Gennaro, in una gratificante confezione in vinile, impreziosita dal delicato ed elegante artwork di Giulia Palombino.

Nel corso degli anni i nostri hanno dimostrato di poter essere, potenzialmente, in grado di produrre qualsiasi cosa con un approccio sofisticato e giocoso allo stesso tempo, ma con “Liberty” le loro energie si sono focalizzate sicuramente in maniera meno dispersiva. Nessun brano presenta introduzioni o code elettroniche altisonanti che cerchino di creare un pathos artificioso e pretestuoso, le canzoni sono relativamente brevi,  niente fronzoli, si va subito al cuore della, tanta, sostanza. Anche se le chitarre elettriche sono predominanti e gli arrangiamenti dei brani provengono sempre dal mondo anglofono che ha caratterizzato gran parte della musica pop/rock del secondo Novecento, i Klippa Kloppa sono un gruppo che attinge orgogliosamente dalla musica italiana, gli omaggi alla nostra cultura pop(olare) sono imprescindibili, che siano il prog, il cantautorato o affiliazioni indie di varia natura, o l’immaginario pop contemporaneo. Ad esempio, non devono ingannare le graffianti chitarre del singolo “Cinghiali” che apre l’album, il brano, pur in una foggia quasi post-hardcore, è una canzone popolare in ¾, sottolineata da un testo dove i mostri delle fiabe contadine (“chi sono quelle streghe maledette che la notte vanno in sogno alle bambine”) passano il testimone ai mostri odierni (“diffida di quei pacifisti, i primi perbenisti professano ma non si aprono all’amore”).

Il secondo brano “Alla fine della giostra” è un altro omaggio alla nostra recente tradizione canora, melodia elegante e arricchita da fraseggi di chitarra sognanti, un omaggio all’amore verso la musica e all’importanza che ha nelle nostre vite, dove Claudio Lolli incontra Riccardo Sinigallia, illuminato dalla voce di Mariano Calazzo. Il terzo brano ci presenta finalmente come solista la voce di Mariella Capobianco, autrice anche di tutti i testi dell’album, una sofferta e intensa ballata folk-rock con un intro che rimanda ai Love di “Forever Changes” e squarcia la tensione in un ritornello sibillino quanto memorabile. Da questo brano in poi si capisce quanto la voce e i testi della Capobianco saranno centrali nell’opera dei Klippa Kloppa, sia per il contenuto, ricco di conflitti interiori confessati con metafore e riferimenti affascinanti, quanto a volte misteriosi quel tanto che basta per renderli seducenti, sia per una verbosità e un’intensità tali da rendere chiaro come la musica a volte si sia adattata su questi piuttosto che il contrario, ed è un fil rouge che lega i Klippa Kloppa ai Maisie di casa Snowdonia.

Oltre che nel brano “Bach” la nostra si produce in almeno un altro ritornello che merita di entrare di diritto nel ricco memorabilia del canzoniere italico, ovvero “Nature Morte”, il brano più snowdoniano del disco, un Ufo vintage synth-pop dal ritornello micidiale, allegro e sgargiante, come se i Matia Bazar scrivessero la sigla per un’edizione di Fantastico negli anni 80. Un’altra delle vette pop del disco è sicuramente “Incido sull’atmosfera”, gemma wave ancora una volta in tempi dispari, con ritornello in contrasto tra la voce stentorea di Mariella e la sezione ritmica secca e nevrotica, con batteria strabordante e finalone giappo-noise, un capolavoro di eclettismo e di capacità tecniche di tutto il gruppo. Nel mezzo citiamo la teatrale “Cotidie”, con testo declamato quasi spoken sulle piccole e grandi inadeguatezze che affrontiamo e osserviamo con il vicinato obbligato, “Blast” uno strumentale hard-rock per poliritmi e assoloni di chitarra, potente e capace di spezzare la tensione a metà album, “Lyudmila Pavlichenko”, una soffusa ballata in odore di Csi, dedicata all’infallibile cecchina sovietica che fece impazzire i nazisti (rimarchiamolo prima che la Ue la faccia diventare fuorilegge…), “Il velo di Omero”, il pezzo tecnicamente più ardito del disco, incastro di tempi dispari tra chitarre e sezione ritmica, wave crimsoniana e foga hard-core, densità di idee e abilità tecnica, testo a due voci martellante e ricco di metafore sull’impossibilità di capire e mostrarci come siamo realmente (“ti ricordo coperta da un velo non so nulla di te come il velo di Omero” cantano insistentemente).

Il disco si chiude con un brano che sembra positivamente risolutivo, una resa dei conti pacificatrice, per quel che si può, sorprendente e gradita. Cantato in coro da tutto il gruppo, “Un mondo migliore” è un titolo fin troppo esplicativo, un desiderio, un augurio, una volontà, che sublima nel mantra finale “in mezzo ai libri, tra l’allievo e il pensatore, nasce il seme di un mondo migliore”, un ideale, infantile e irresistibile girotondo, a cui il gruppo riesce a invitare anche il fortunato ascoltatore in abbraccio commovente con la loro musica e le loro voci.

Per quale motivo “Liberty” si può considerare un disco importante? Potrei dirvi che basterebbe rendersi conto che almeno la metà dei brani sono di un livello compositivo ed esecutivo altissimo, che non c’è un testo che sia meno che sorprendente e che sempre desta l’attenzione di chi ascolta. Eppure non basta. “Liberty” è importante perché si presenta come un disco senza tempo, non è passatista nei suoni e non è “sul pezzo” delle mode contemporanee, e in virtù di ciò realizzarlo si può considerare un atto politico con dei contenuti ovvi quanto necessari, ovvero realizzare melodie di facile presa senza per questo ridursi a testi miserabili, imbracciare le chitarre e farle sferragliare come si deve, prodursi in complesse partiture ritmiche con giustificata arroganza, senza scadere nel passatismo prog o peggio ancora nella seriosità dello stampino di fabbrica delle scuole di musica. Tutte cose che erano pane quotidiano della musica italiana fino a poco tempo fa e che giustamente i Klippa Kloppa ci sbattono in faccia in 35 minuti di pura ispiratissima creatività per destarci dal torpore quotidiano e ritrovarci, appunto, in un mondo migliore.

(27/09/2019)

  • Tracklist
  1. Cinghiali
  2. Alla fine della giostra      
  3. Bach
  4. Cotidie
  5. Blast
  6. Lyudmila Pavlichenko
  7. Il velo di Omero
  8. Incido sull'atmosfera
  9. Nature morte
  10. Un mondo migliore
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