Non fatevi illusioni: il pop di Eugene McGuinness è un affare tutto British, in un mix di pop elettronico che sorride ai primi Talking Heads, e un saltellante e brioso rock’n’roll in bilico tra il primo Elvis Costello (l’album è prodotto tra gli altri da Clive Langer) e gli Squeeze, con quella leggerezza che abbiamo amato nei Madness e nel britpop.
Giunto al suo terzo album, Eugene McGuinness sembra più consapevole delle sue doti e gestisce con parsimonia quel poco di ambizione e rischio necessari per evitare di far crollare il tutto nel manierismo. Intelligenza e furbizia sono le vere anime di questo piacevole esercizio pop.
E’ una musica che riesce a citare il riff di “Peter Gunn” in “Shotgun” e la “Sex Bomb” di Tom Jones in “Sugarplum” con l’irriverenza e la simpatia che è lecito pretendere da un disco pop. Vecchi riff pop’n’roll (“Lion”) e moderne ibridazioni elettro-pop (“Harlequinade”) calzano a pennello, e Eugene si riserva qualche colpo basso con incursioni nel dream-pop ( la raffinata “Concrete Moon”), nonché insolite trame funk (l’incisiva “Japanese Cars”).
Nonostante il tutto sia piacevole, si avverte contemporaneamente quel sapore di plastica e di riciclaggio che tradisce il vero limite di un album come “The Invitation To The Voyage”: ovvero l’inesistenza di composizioni capaci di giustificare gli iniziali entusiasmi. Le canzoni girano intorno a una o due idee ripetute all’infinito, capaci di regalare qualche brivido epidermico, ma prive di quell’attimo di follia che legittimi la nostra attenzione.
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14/09/2012