Nonostante le lodi della critica per il suo esordio "Sirens" (2008), l'ex-The See See ha dovuto attendere ben sette anni prima di poterne pubblicare il seguito, nel frattempo Pete Greenwood si è pure guadagnato la stima di
Noel Gallagher che elesse "The 88" canzone dell'anno 2013.
L'interesse sollevato da quel singolo, pubblicato per il Record Store Day, non ha risolto alcune divergenze con la casa discografica, e solo grazie alla piccola Brown Leather Jacket Records il secondo album vede finalmente la luce.
Il disco getta uno sguardo all'America di
Townes Van Zandt, Jackson C Frank ed Eric Andersen piuttosto che a quella di
Bob Dylan, mentre della patria Inghilterra restano gli echi folk e psichedelici di illustri predecessori come
Pete Astor, Pat Fish o David J.
Pete Greenwood reinventa la stagione d'oro del folk-pop inglese, prima con una deliziosa "Me And Molly", che cita
Donovan e Weather Prophets, poi con la superba "The 88" un caustico
jingle jangle che mette in fila anni di storia del rock partendo dai
Byrds e arrivando ai
Mojave 3, attraverso una creazione armonica tanto piacevole e lineare quanto complessa e ardimentosa.
Che la musica del chitarrista e compositore di Leeds sia materia rovente e non usuale lo dimostra anche il seguito dei due brani citati, incominciando dal raffinato e complesso
fingerpicking dai toni cristallini di "Meet Me By The Bower", proseguendo attraverso i toni più suggestivi e aspri di "Don't Stay Out Anymore", fino alla rarefazione blues dei pochi accordi di "Southern Blue", dove la voce sembra quasi frantumarsi nel difficile tentativo di dare nuova anima a quel rituale del
songwriter solitario e maledetto che da sempre affascina e ammalia.
"Beauceron" nasconde però un lato più oscuro, un'ossessione stilistica che scaturisce dalla passione dell'autore per
Neil Young e per il suo eterno capolavoro "
Tonight's The Night", da qui nasce quel suono tortuoso e malinconico che
Stephen Cracknell ha abilmente cucito sulle ottime composizioni di Pete.
Le canzoni scivolano così alternando ottimismo a disillusione e amarezza, a volte adagiandosi su accordi semplici di
fingerpicking e blues ("24 And Counting", "To Remember You Well" e la struggente "Hospital Corners"), altrove trovando forza ed energia in una rabbia sotterranea e quasi
noisy, come nella ruvida
title track (in cui sembra di sentire i migliori
Crazy Horse) o nella più articolata "Greenhound Blues" che, tra cambi di ritmo e armonia, inscena una ruvida
jam-session in bilico tra folk blues e psichedelia da West coast.
A questo punto ci sarebbe materia sufficiente per elevare "Beauceron" al di sopra della gran massa di cantautorato folk contemporaneo, ma ci sono ancora due prelibatezze da assaporare. La prima è "The Lowest Love", una romantica e graffiante ballata, che più di tutte agguanta la magia del succitato canadese; l'altra è "St Jude", un brano dove sono il piano, gli archi stile "
Twin Peaks" e il controcanto di
Lou Rhodes i veri protagonisti della più ambiziosa e poetica pagina del progetto.
Più che una conferma, il secondo album di Pete Greenwood è un'amara disfatta; sì, perché un album fuori dalle tendenze
lo-fi o
indie-alternative come "Beauceron" rischia di essere ignorato e quindi apprezzato ancora una volta da pochi fan.