Con la loro etichetta personale Weathermaker – fondata nel 2009, anno della pubblicazione di “Strange Cousins From The West” – i Clutch hanno pubblicato nel 2020 due raccolte digitali di brani della formazione americana. La prima è stata “Monsters, Machines And Mythological Beasts”, nient’altro che un’antologia tematica delle canzoni del gruppo ispirate dai mostri della mitologia e dei racconti di fantasia. La seconda, intitolata “The Weathermaker Vault Series” (per ora al primo volume), consiste in nuove registrazioni di quest’anno di materiale proveniente principalmente dal periodo precedente della loro discografia, assieme a diverse cover. Per la precisione, i brani sono stati pubblicati come singoli autonomi nel corso degli ultimi 18 mesi iniziando con le cover, prima di essere accorpati in una compilation digitale. L’atmosfera che si percepisce dai dieci brani è quella del tributo e della dedizione e traspare la passione dei Clutch per le loro fonti d’ispirazione.
Tra le riproposte spicca già l’iniziale “Passive Restraints”, che proviene addirittura dall’omonimo Ep dell’ormai lontano 1994 e vede come ospite Randy Blythe dei Lamb of God. “Spacegrass” è rielaborata con un piglio energico ed effettato che ricorda i Rage Against The Machine. C’è poi “Run, John Barleycorn, Run” che al tempo stesso è quasi un inedito, proveniente da un raro mini-split con i Lionize del 2014, e una mezza cover, in quanto è un tributo a “John Barleycorn Must Die” dei Traffic (che a loro volta adattavano una canzone folk tradizionale inglese) intinti in un crogiolo di riff sabbathiani.
Le cover vere e proprie sono “Evil (Is Going On)”, originariamente scritta dal leggendario bluesman Willie Dixon e incisa dal collega Chester Arthur Burnet (nome d’arte Howlin’ Wolf); “Fortunate Son”, favolosa rivisitazione dei Creedence Clearwater Revival; “Algo Ha Cambiado” dei Pappos Blues, una storica formazione hard-rock argentina degli anni 70; e “Precious and Grace” degli ZZ Top. Rappresentano il lato più interessante del disco, ciascuna fedele all’originale, ma ben interiorizzate e padroneggiate dal gruppo, che riesce a infondervi linfa e carisma propri.
La proposta di questo volume primo è trascinante e d’impatto. Di per sé non aggiunge molto alla discografia dei Clutch, risultando più un piacevole divertissement per i fan che apprezzeranno sicuramente. Potrebbe però essere anche un buon riepilogo della carriera del gruppo con le sue molteplici influenze dal blues-rock all’hardcore-punk, passando per rockabilly, stoner e southern-rock, per quanto breve. Chi non li conosce ancora ed è appassionato di queste sonorità, però, recuperi anzitutto “Blast Tyrant” (2004), “From Beale Street To Oblivion” (2007) ed “Earth Rocker” (2013), gli apici della band.
22/12/2020